Toscana

Il mito dell’uomo forte














“Allora sii forte”. Una frase apparentemente innocua, ripetuta per generazioni come un mantra educativo. Agli uomini è stato insegnato presto a stringere i denti, a non piangere, a non mostrare paura, a non chiedere aiuto. A cavarsela da soli. Ma la forza, quando non è accompagnata dalla consapevolezza emotiva, non diventa solidità: diventa rigidità. E ciò che è rigido, sotto pressione, prima o poi si spezza.

Il mito dell’uomo forte costruisce identità fragili travestite da invincibilità. Produce bambini che imparano a reprimere, adolescenti che imparano a nascondere, adulti che non sanno più riconoscere ciò che sentono. Il dolore diventa vergogna, la tristezza diventa silenzio, la paura si trasforma in rabbia. E la rabbia, quando non ha parole, spesso cerca un corpo su cui abbattersi.

In questa educazione emotiva mancata, la vulnerabilità viene vissuta come un fallimento personale. Mostrarsi fragili equivale a perdere valore. Così si accumulano frustrazioni, delusioni, ferite narcisistiche mai elaborate. E quando qualcosa incrina l’immagine di sé – una separazione, un rifiuto, una perdita – l’equilibrio precario crolla. La violenza diventa allora un linguaggio distorto per ristabilire potere, controllo, identità.

Educare emotivamente non significa indebolire, ma rendere capaci di gestire. Significa insegnare che la forza autentica sta nel riconoscere le proprie emozioni, nel nominarle, nel attraversarle senza esserne travolti. È un atto di responsabilità individuale, ma soprattutto sociale. Perché una società che continua a negare la fragilità maschile non crea uomini forti: alimenta silenzi, solitudini e, nei casi più estremi, il rischio della violenza.






















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