Il mercato dell’Arte chiede il taglio dell’Iva: “Concorrenza insostenibile”. Giuli: “Si farà”
MILANO – I galleristi avevano fischiato il governo per non avere inserito, con la richiesta di fiducia al decreto Cultura, l’atteso abbassamento dell’Iva sulla compravendita di opere d’arte. Ora il ministro Alessandro Giuli tende la mano a questo comparto da oltre 1 miliardo di euro di valore (oltre a quello culturale inestimabile) e rassicura: l’intervento arriverà. “La battaglia storica che l’attuale governo ha ingaggiato da tempo” avrà un finale favorevole: “Siamo vicini a ottenere il risultato che il settore del mercato dell’arte sta aspettando da tempo”.
D’altra parte è un’accortezza che la Francia ha già avuto, e anche la Germania. Ora una ricerca di Nomisma, presentata all’evento “Arte: il valore dell’industry in Italia” promosso dal Gruppo Apollo con Intesa Sanpaolo, riapre il tema, andando a calcolare quali possono essere gli impatti sul settore dell’arte dalla diversa fiscalità tra vicini europei.
Parigi ha infatti l’Iva al 5,5% non solo sulle importazioni e sulle cessioni di opere da parte degli artisti, ma su tutte le transazioni, da quest’anno. La Germania si è mossa in direzione simile, passando dal 19 al 7 per cento. In Italia la cessione di beni d’arte è soggetta ad un’aliquota del 22%, percentuale massima in Europa – ricorda la ricerca – mentre scende al 10% se l’importazione e la cessione sono effettuate direttamente dall’artista o dai suoi eredi. Anche l’importazione da Paesi extracomunitari è soggetta ad Iva al 10%.
IL 19/03 LA PUNTATA DEL PODCAST SOLDI DEDICATA AL MERCATO DELL’ARTE E ALLA QUESTIONE DELL’IVA
Gli effetti sul senso di incertezza del sistema sono evidenti. Gli operatori coinvolti nello studio mettono al primo posto proprio la voce del regime fiscale più severo come limite allo sviluppo del business, seguito dagli impedimenti alla libera circolazione di beni d’arte. Come conseguenza, si vedono una “diminuzione degli investimenti” e la “perdita di attrattività commerciale del nostro paese nei confronti degli operatori di altri Paesi” fra i principali rischi all’orizzonte
Ma cosa significa in concreto questa situazione? Lo chiarisce Nomisma: da inizio anno “un operatore italiano, se vuole mantenere lo stesso livello di margine rispetto ad un operatore francese, deve applicare un prezzo del 18% superiore. La conseguenza è che per rimanere competitivi di fronte ai collezionisti, gli operatori italiani – a parità di tipologia di opera – devono necessariamente agire sulla riduzione del proprio margine di guadagno”.
Le simulazioni economiche condotte – su più di 3.250 operatori tra gallerie d’arte e antiquari, per un giro d’affari complessivo di quasi 1 miliardo, impattati da questi aspetti – mostrano che, senza un adeguamento normativo, il settore potrebbe perdere fino al 28% del fatturato entro il 2025, con cali ancora più marcati tra le realtà di piccole e medie dimensioni. Ne deriverebbe una contrazione dell’occupazione, dell’indotto e – paradossalmente – anche del gettito fiscale per lo Stato.
Ecco dunque la proposta di un’Iva alla francese, al 5%: “Si potrebbe raggiungere un fatturato di 1,5 miliardi di euro nel 2027, con un impatto sull’economia italiana pari a 4,2 miliardi, a fronte di un costo di una manovra per lo Stato italiano di 10 milioni euro”, dice lo studio portato a a Palazzo Wedekind alla presenza del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, e dei presidenti delle Commissioni Cultura di Senato e Camera, Roberto Marti e Federico Mollicone. Tra gli interventi anche quelli di Stefano Lucchini, Group Chief Institutional Affairs and External Communication Officer Intesa Sanpaolo; Roberta Gabrielli, Head of Marketing di Nomisma e Alessandra Di Castro, presidente del Gruppo Apollo.
E’ questo l’unico modo, si spiega, per rimuovere la grande incertezza che pesa sull’industria dell’arte italiana che ha generato nel 2023 un giro d’affari diretto pari a 1,36 miliardi di euro e un impatto economico complessivo di 3,86 miliardi di euro. Ma sta vivendo una preoccupante contrazione: negli ultimi anni, infatti, le 1.618 gallerie d’arte e i 1.637 antiquari attivi sul territorio nazionale hanno visto diminuire progressivamente il proprio numero e il proprio fatturato reale a causa non solo dell’aumento dei costi operativi.
Il ministro della Cultura, Alessandro Giuli, rassicura: “L’aliquota Iva verrà abbassata – dice – Il Ministero dell’Economia è d’accordo con noi, le coperture verranno trovate”. Ricorda che “la riduzione del regime fiscale è una battaglia storica che l’attuale governo ha ingaggiato da tempo perché è evidente che l’Italia rappresenta un’eccellenza, non solo dal punto di vista del patrimonio ma anche della dinamicità”. Riconosce che “oggi siamo a un bivio che rischia di diventare un punto di non ritorno” per cui “posso dire senza indugio che siamo vicini a ottenere quel risultato che tutto il settore del mercato dell’arte sta aspettando da tempo“.
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