Il Medio Oriente in fiamme
02.03.2025 – 14.30 – Premessa – Ho trascorso questo fine settimana ascoltando, leggendo e studiando le dinamiche che stanno caratterizzando la cronaca di queste tragiche ore nel martoriato Medio Oriente. La complessità della situazione iraniana, il presunto “fallimento” dello sforzo diplomatico, la decisione statunitense e israeliana di intervenire, le reazioni di Russia e Cina, le conseguenze, il prossimo futuro. Tutto questo, “ingenuamente”, mi sarei aspettato prevalentemente di ascoltare e invece, come al solito, assistiamo per lo più a retoriche divenute insopportabili, farcite da una visione della vita “strutturata sempre contro qualcuno” e mai diretta alla comprensione delle dinamiche geopolitiche che ci attraversano come burro. Oggi cerchiamo di comprendere il critico momento, attraverso l’analisi delle complessità politico-economiche iraniane, mediante alcune riflessioni di esperti di rilievo.
La teocrazia iraniana ha massacrato i giovani persiani, nella sostanziale indifferenza occidentale
Durante le recenti manifestazioni di protesta in Iran, scoppiate nel dicembre 2025, l’agenzia di stampa iraniana aveva riportato a più riprese le dure espressioni pronunciate dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni Ejei, il quale aveva testualmente dichiarato che non vi sarebbe stata alcuna clemenza nei confronti dei rivoltosi e che la pena sarebbe stata decisiva e massima.
In tale contesto, Iran International, il 19 gennaio u.s. aveva riferito testualmente che: “I resoconti ricevuti suggeriscono che la repressione si è estesa oltre le strade, coinvolgendo anche gli ospedali, le cure d’urgenza e la manipolazione dei cadaveri. Testimoni in diverse città hanno riferito che le forze di sicurezza sono entrate negli ospedali, hanno portato via i manifestanti feriti e hanno limitato le cure. Un medico della città settentrionale di Rasht ha riferito che le forze di sicurezza hanno prelevato i manifestanti feriti da un ospedale e hanno trasferito le scorte di sangue a una struttura militare. Rapporti simili provenienti da altre città descrivono gli obitori che si riempiono rapidamente e le forze di sicurezza che mantengono una presenza visibile attorno ai centri medici. Le famiglie delle vittime hanno dichiarato di aver subito pressioni quando hanno cercato informazioni sui corpi o sulle modalità di sepoltura, tra cui richieste finanziarie e restrizioni sui funerali. Diversi resoconti hanno affermato che le ambulanze non sono riuscite a raggiungere le zone in cui si sono verificate le sparatorie, mentre alcuni testimoni hanno affermato che le reti telefoniche erano fuori uso e che non era possibile effettuare chiamate di emergenza. Altri hanno affermato che i manifestanti feriti sono morti dissanguati dopo essersi rifugiati negli edifici vicini perché gli ospedali si erano rifiutati di ricoverarli o perché i trasporti non erano disponibili”.
Euronews, tra molte altre testate europee, il 20 febbraio u.s., ha affermato testualmente che: ”Secondo le organizzazioni per i diritti umani, le forze di sicurezza iraniane (i famigerati pasdaran) hanno arrestato almeno 50mila persone in tutto il Paese nel mese successivo alla repressione delle proteste che hanno causato migliaia di morti. Gli arresti hanno preso di mira studenti, medici, avvocati, attivisti per i diritti umani e minori e molti detenuti sono stati rinchiusi in luoghi sconosciuti senza avere accesso a un legale e alla famiglia, secondo quanto hanno dichiarato le organizzazioni. Il governo iraniano ha dichiarato un bilancio di poco più di tremila vittime. Tuttavia, le organizzazioni per i diritti umani, basandosi su dati ospedalieri, fonti mediche e testimonianze dei familiari delle vittime, hanno stimato un numero di morti pari a 30mila, con alcuni rapporti che arrivano a un totale di 43mila”.
L’orrore, nel silenzio assordante!
Il 22 febbraio u.s., dai resoconti da Bruxelles leggiamo che : “il Parlamento della UE nella risoluzione non vincolante, adottata con 562 voti a favore, 9 contrari e 57 astensioni, chiede alle autorità iraniane sotto il controllo di Ali Khamenei di porre immediatamente fine alla violenza contro i manifestanti pacifici, fermare tutte le esecuzioni e cessare l’uccisione e la repressione dei civili. Esprimendo piena solidarietà al popolo iraniano e al suo coraggioso e legittimo movimento di protesta, condanna fermamente l’uso diffuso, intenzionale e sproporzionato della forza da parte delle forze di sicurezza. Un inquietante passaggio dalla deterrenza all’eliminazione strategica. I deputati esprimono forte preoccupazione per l’uccisione di migliaia di manifestanti, che segnala un inquietante passaggio nella repressione del regime iraniano dalla deterrenza all’eliminazione strategica. Chiedono quindi il rilascio immediato e incondizionato di tutti i manifestanti, i difensori dei diritti umani e i giornalisti attualmente detenuti.”
Amnesty international, in quel periodo di disordini, aveva lanciato appelli accorati dal seguente tenore: “Dal 28 dicembre 2025 in Iran centinaia di migliaia di persone sono scese in piazza per reclamare migliori condizioni di vita, diritti, libertà e la fine della Repubblica islamica. Le autorità iraniane hanno scatenato una repressione mortale contro le proteste scoppiate in tutto il paese, ricorrendo all’uso illegale della forza, alle armi da fuoco e ad arresti di massa. Le forze di sicurezza, tra le quali i Guardiani della rivoluzione e le forze speciali di polizia, hanno usato illegalmente fucili, pistole caricate con pallini di metallo e con proiettili veri, cannoni ad acqua, gas lacrimogeni e pestaggi per uccidere, disperdere, intimidire e punire persone che stavano manifestando in gran parte in modo pacifico. Centinaia, se non migliaia, di manifestanti anche di soli 14 anni sono stati arrestati arbitrariamente durante la dispersione delle proteste e nel corso di irruzioni notturne nelle abitazioni. Altre persone sono state prelevate dagli ospedali. Molte delle persone arrestate sono state sottoposte a sparizione e a detenzione in isolamento, col conseguente elevato rischio di subire maltrattamenti e torture come già documentato in occasione di altre proteste di massa.
Uccidere un essere umano per loro è come una battuta di caccia. Pensano che noi siamo le prede e loro i cacciatori, ha raccontato un manifestante.
Il numero delle vittime è ancora difficile da stabilire perché in seguito al blocco di internet le comunicazione all’interno del paese e verso l’esterno sono estremamente difficili. Le famiglie delle vittime vengono minacciate di rappresaglie o di non vedersi restituire i corpi dei loro cari ed è possibile che molte vittime siano sepolte in modo sommario e in luoghi segreti. Alcune stime, che Amnesty International non è in grado attualmente di confermare, parlano di migliaia di morti.”
La situazione in Iran alla vigilia del conflitto, secondo un’autorevole esperta
In merito, desidero proporvi una sintesi di una complessa valutazione recentemente espressa da Paola Rivetti, docente di Politica e Relazioni internazionali alla School of Law and Government della Dublin City University, in Irlanda, e riconosciuta studiosa ed esperta del regime degli ayatollah.
In particolare, si afferma che l’Iran risulta attraversato da diverse faglie di crisi, non soltanto nazionali. Un Paese, cioè attraversato, in questi ultimi mesi e anni, da rivolte che sollevano soprattutto un problema sempre più grande di legittimità del regime, che ha deciso di rispondere con la repressione alle proteste dei cittadini senza aprire alcuno spazio di confronto. La maggioranza dei cittadini non sostiene più l’attuale forma di governo, anche perché le istituzioni iraniane non riescono più a garantire un livello di vita dignitoso alla popolazione. La crisi è fortissima, ed è dovuta almeno a due fattori: la presenza delle sanzioni internazionali che, tra l’altro, dopo il ciclo di proteste, sono state ulteriormente aggravate; e la dinamica di mala gestione, la corruzione interna. Nella popolazione c’è un’acutissima consapevolezza della gravità del momento e, soprattutto, della possibilità di un attacco militare.
I negoziati in corso a Ginevra sono accolti dalla popolazione con posizioni e opinioni molto contrastanti. Da un lato, c’è chi spera che, in qualche modo, si possa trovare un accordo in grado di evitare una guerra. Da un altro lato, però, c’è chi ha pochissima fiducia in queste negoziazioni, essendo convinto che il regime non voglia realmente trattare, ma stia semplicemente tentando di prendere un po’ di tempo prima dell’attacco.
Gli iraniani hanno paura, ovviamente, della guerra, e da quello che mi viene raccontato, e anche dalle valutazioni che condividono con me le persone che sono in Iran, penso che ci sia una parte minoritaria della popolazione che vede la guerra come l’occasione per il cambio di regime. Dobbiamo però metterci nei panni di un popolo che è veramente in ginocchio, tra sanzioni internazionali che provocano una crisi economica terribile, e repressione interna. In questa condizione di grande disperazione, può esserci chi guarda a un possibile “salvatore”. E tuttavia, la grandissima parte della popolazione è assolutamente contro un intervento militare esterno e vorrebbe, piuttosto, un intervento diplomatico che in qualche modo riuscisse a costringere il regime ad allentare la repressione e a dare un po’ di respiro alla gente…
Sappiamo che c’è stata una durissima repressione, di cui fatichiamo a comprendere la gravità in questo momento a causa di cifre discordanti. Nello stesso tempo, vediamo che, nonostante questo, le persone stanno tornando in piazza a protestare. Da una settimana a questa parte, le università sono in rivolta. Quindi, abbiamo assistito a scioperi e proteste per il momento repressi, ma che stanno comunque proseguendo.
La questione di fondo, fino a quando cioè il regime riuscirà a reprimere, a tenere la popolazione sotto scacco, resta assolutamente centrale. Purtroppo, allo stato attuale non ci sono grosse defezioni tra le forze dell’ordine, anche se all’interno dell’élite politica cominciano a vedersi crepe, emergono posizioni e visioni differenti su come gestire le domande della società.
Tendenzialmente, le popolazioni molto impoverite, stremate dal punto di vista economico, politico e psicologico fanno fatica a immaginare strategie di resistenza e di ribellione. E anche la prospettiva del cambio del regime alla Venezuela credo sia abbastanza improbabile. L’Iran ha una reale capacità di reagire a un attacco. È un Paese sicuramente in difficoltà, come ho detto, ma negli anni ha costruito capacità di contrattacco. L’intervento militare chirurgico, il bombardamento mirato alle infrastrutture, in Iran sono più complicati, molto più difficili. Sappiamo, poi, che la Cina, proprio in queste ore, in questi giorni, sta muovendo alcune infrastrutture militari verso l’Iran.
Non bisogna pensare ad Ali Khamenei solo come come guida spirituale, ma anche come guida politica. È vero, la legittimità gli deriva da un titolo religioso. Tuttavia, di fatto, è un capo politico non eletto che controlla grandissima parte delle istituzioni e ha grandissima influenza sul sistema giudiziario e sul Parlamento. È un uomo di potere, quindi, ma – è importante sottolinearlo – non è un uomo solo al potere, come poteva essere ad esempio Muammar Gheddafi in Libia, il capo carismatico che decide tutto. Khamenei si circonda di comitati e organi consultivi con i quali elabora le strategie di politica estera o militare. E poi, controlla in particolar modo i Guardiani della rivoluzione, che sono le forze armate più importanti e più potenti in Iran.
Khamenei ha perfettamente coscienza della sua età e del suo stato di salute estremamente precario. La questione della successione è quindi importantissima, tanto è vero che ci sono stati, negli anni, numerosi candidati. Si è anche parlato della possibilità, prevista dalla Costituzione, di sostituire la figura singola individuale della guida suprema con un organo collegiale. Una proposta fatta più volte e più volte scartata. Sicuramente, l’indicazione del figlio come suo successore è una cosa particolare, uno scenario fino a oggi mai ventilato. Le istituzioni iraniane si sono sempre vantate di non essersi mai ridotte a un affare di famiglia, in cui solo i familiari beneficiano dal potere. Ma c’è un altro scenario che, forse, sembra essere più probabile: una transizione del potere a un organo collegiale, ma di tipo militare.
La corruzione dilagante e pervasiva nei vertici politico-religiosi iraniani
In tale complesso scenario politico iraniano, l’ambasciatore italiano Giulio Terzi recentemente ha voluto evidenziare, nel sostanziale silenzio dei media, non solo italiani, un’inchiesta di Bloomberg che ha portato alla luce una rete di immobili di lusso, società offshore e asset finanziari opachi riconducibili alla famiglia del leader supremo Khamenei, come noto recentemente ucciso dalle forze statunitensi.
L’illustre diplomatico, ha riferito che dai filmati pubblicati sui social emergevano numerose immagini della dolce vita condotte dalle nipoti di Khamenei e dagli alti ranghi del regime, con proprietà e investimenti per centinaia di milioni di euro tra Europa e Medioriente. Il tutto, ricordiamolo, mentre la popolazione sta vivendo una crisi economica dalle dimensioni disastrose!
In tale cornice, ha affermato sempre l’ambasciatore italiano, il centro di questo apparato di denaro e potere sarebbe rappresentato dal Setad, Quartier Generale per l’Esecuzione dell’Ordine dell’Imam.
Il nome richiama il fatto che l’Ente venne fondato nel 1989, a seguito di un decreto di Khomeini morente: l’organismo non presenta nessun bilancio pubblico e gode di esenzione fiscale totale. In una inchiesta condotta da Reuters, si stimò 95 miliardi di dollari di attivi: circa 52 miliardi in immobili e 43 miliardi in partecipazioni societarie.
Stima in difetto, secondo altre fonti, che parlano di oltre 200 miliardi di disponibilità: il Setad controlla, infatti, almeno 37 aziende dirette, con un conglomerato che spazia in quasi tutti i settori, dalla finanza (banche come Amin Investment Bank, assicurazioni come Mellat), al petrolio e gas (Pars Oil, Persia Oil and Gas, Ghaed Bassir Petrochemical), alle telecomunicazioni (quote in Iran Telecom, Tadbir Group, Mobin One Kish), alla farmaceutica (produzione di contraccettivi), e ancora edilizia, cemento e acciaio.
Lo stesso figlio del leader Supremo, Mojtaba Khamenei, 56 anni, spesso indicato come possibile successore del defunto Khamenei, dirige una rete di proprietà di lusso internazionali nascoste dietro società-ombra e intermediari: nessun bene è intestato direttamente a lui, come riportato da alcuni giornalisti d’inchiesta inglesi, ma il portafoglio include immobili di pregio a Londra per oltre 138 milioni di dollari (una villa acquistata per 46,5 milioni nel 2014 in quartieri esclusivi come The Bishops Avenue), una villa nel “Beverly Hills di Dubai” (Jumeirah), hotel di lusso a Francoforte e resort a Maiorca. Una ricchezza enorme, continua l’Ambasciatore – utile per finanziare la repressione e le milizie all’interno e all’esterno dell’Iran, senza dipendere dal bilancio statale né dalle fluttuazioni del prezzo del greggio.
Le forze armate statunitensi lanciano l’operazione Epic Fury
Dal comando strategico militare statunitense leggiamo testualmente il comunicato emesso il 28 febbraio u.s.: “Il Comando Centrale degli Stati Uniti (CENTCOM) ha avviato l’operazione Epic Fury il 28 febbraio, su indicazione del Presidente degli Stati Uniti. Le forze statunitensi e partner hanno iniziato a colpire obiettivi all’1:15 ET per smantellare l’apparato di sicurezza del regime iraniano, dando priorità alle posizioni che rappresentavano una minaccia imminente. Tra gli obiettivi figuravano le strutture di comando e controllo del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, le capacità di difesa aerea iraniane, i siti di lancio di missili e droni e gli aeroporti militari. “Il Presidente ha ordinato un’azione coraggiosa e i nostri coraggiosi soldati, marinai, aviatori, marines, guardiani e guardie costiere stanno rispondendo alla chiamata”, ha affermato l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del CENTCOM. Dopo l’ondata iniziale di attacchi statunitensi e partner, le forze del CENTCOM si sono difese con successo da centinaia di attacchi missilistici e di droni iraniani. Non sono state segnalate vittime o feriti in combattimento tra gli Stati Uniti. I danni alle installazioni statunitensi sono stati minimi e non hanno avuto ripercussioni sulle operazioni. Le prime ore dell’operazione hanno incluso il lancio di munizioni di precisione da aria, terra e mare. Inoltre, la Task Force Scorpion Strike del CENTCOM ha impiegato per la prima volta in combattimento droni d’attacco unidirezionali a basso costo. L’operazione Epic Fury comporta la più grande concentrazione regionale di potenza di fuoco militare americana in una generazione.”
La percezione iraniana del conflitto in atto
Il primo marzo u.s. Ali Hashem, di Amway media, autorevole esperto analista delle questioni medio orientali, ha voluto evidenziare alcune riflessioni sulla Repubblica islamica dell’Iran, stigmatizzando il momento storico, definito tra i più decisivi della sua storia.
L’analista ha affermato, in estrema sintesi, che: ”meno di un anno dopo uno scontro armato con Israele e Stati Uniti, l’Iran è di nuovo in guerra con entrambi. Come nel conflitto precedente, alti funzionari militari e della sicurezza di Teheran sono stati uccisi da Israele fin dall’inizio. Lo stesso è accaduto alla Guida Suprema, l’Ayatollah Ali Khamenei: uno sviluppo epocale che ha iniettato una dimensione completamente nuova di imprevedibilità. Per molti versi, questa distanza tra certezza e contro-certezza è diventata essa stessa un altro fronte. Per l’Iran, l’attuale guerra con Israele e gli Stati Uniti non è semplicemente un’altra guerra. È una crisi esistenziale, che mira non solo a indebolire la forza militare dell’Iran, ma anche a distruggere un ordine politico che ha dominato lo Stato iraniano per quasi cinquant’anni. La crisi mette anche a nudo le debolezze accumulate dalla Repubblica Islamica, in particolare il deterioramento della deterrenza che gli strateghi iraniani hanno ammesso privatamente essere iniziato in seguito all’assassinio da parte degli Stati Uniti del comandante della Forza Quds Qasem Soleimani a Baghdad nel 2020”.
Pertanto, ci domandiamo: questa crisi non è una novità. È una continuazione?
Ali Hashem continua, affermando che “Israele e Stati Uniti sembrano aver ripreso da dove si erano interrotti nel giugno 2025, quando una guerra di 12 giorni si concluse con una tregua non scritta. Riflettendo questo senso di continuità, l’Iran sembra operare dalla stessa posizione strategica, con lo stesso repertorio di deterrenza, rappresaglia e controllo dell’escalation. La differenza principale sta nell’entità e nel livello di rischio. Il conflitto è ora entrato in un territorio ancora più pericoloso, con attacchi di droni e missili che si estendono a diversi teatri regionali e, cosa ancora più critica, con piani per chiudere lo Stretto di Hormuz. Un’azione del genere trasformerebbe immediatamente il conflitto da una crisi trilaterale a una minaccia sistemica globale, mettendo a repentaglio i mercati energetici e trascinando l’intera regione nell’aspetto economico della guerra. Le operazioni militari regionali dell’Iran, quindi, non sono casuali. Sono segnali d’intenti deliberati. Ampliando la geografia del rischio, l’Iran mira ad aumentare il prezzo collettivo del conflitto”.
Ci chiediamo: Come si sta sviluppando la strategia militare americana-israeliana e in quale direzione sembra convergere la risposta iraniana?
In tale cornice il nostro analista ci informa che “I primi attacchi israeliani e statunitensi del 28 febbraio si sono concentrati prevalentemente sui sistemi di comando e controllo e sulle reti di comando dell’Iran. Tuttavia, l’immediata rappresaglia iraniana indica che alcune lezioni sono state apprese dalla guerra del giugno 2025, con un coordinamento operativo ancora in atto. Sono state lanciate diverse ondate di droni e missili d’attacco che continuano a colpire obiettivi all’interno di Israele e altrove nella regione. Gli strateghi iraniani hanno da tempo preso in considerazione gli attacchi con decapitazione, ben prima dell’attuale conflitto. Diversi anni fa sarebbero stati approvati piani di emergenza per una struttura di comando decentralizzata, che consentirebbe alle forze armate, compresi i comandi missilistici, di operare entro parametri di puntamento pre-approvati, anche in caso di interruzione del comando centrale. In altre parole, lo Stato iraniano ha un messaggio semplice: la perdita della leadership, anche del capo dello Stato, non fermerà le ritorsioni. Questa dinamica è diventata ancora più evidente con l’espansione della rappresaglia iraniana oltre il territorio israeliano. Sono stati effettuati attacchi contro siti che ospitano personale militare statunitense in Bahrein, Giordania, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti, sostenendo che le basi americane che facilitano gli attacchi contro l’Iran siano obiettivi legittimi. Gli stati arabi del Golfo hanno segnalato l’intercettazione di centinaia di droni e missili, la chiusura dello spazio aereo e l’interruzione delle infrastrutture civili, a dimostrazione della rapidità con cui il conflitto si è intensificato nell’arco di meno di 24 ore. Dal punto di vista iraniano, l’espansione del campo di battaglia ha un valore strategico. Distribuendo il rischio nella regione, l’Iran mira ad assicurarsi che la pressione militare esercitata su di esso causi instabilità nel settore energetico e tra gli alleati americani. In questo modo, la guerra diventa un costo collettivo, piuttosto che geograficamente localizzato. Gli avvertimenti relativi alla possibile chiusura dello Stretto di Hormuz sottolineano ulteriormente questo messaggio. Anche una chiusura parziale di questo strategico punto di passaggio marittimo internazionalizzerebbe immediatamente il conflitto, poiché influenzerebbe gran parte del commercio energetico globale”.
Alla luce di quanto sopra, la leadership iraniana quali opzioni può al momento mantenere vive per la sua sopravvivenza?
In merito Ali Hashem afferma che : “ Tutti gli stati membri del Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG) hanno subito attacchi iraniani sul loro territorio dal 28 febbraio, con una sola eccezione degna di nota: l’Oman. Questa sembra essere una decisione deliberata dell’Iran. Il Sultanato è da tempo un mediatore diplomatico tra Teheran e Washington, e i recenti colloqui avrebbero fatto progressi prima di essere interrotti dall’escalation militare. Il fatto che l’Oman sia ancora considerato un possibile canale di fuga suggerisce che l’Iran stia cercando di mantenere aperta una via di fuga anche nel mezzo del conflitto. In effetti, le azioni dell’Iran rappresentano una strategia guidata meno dalle aspettative di vittoria sul campo di battaglia che dalla necessità di sopravvivere. In primo luogo, la sopravvivenza del sistema rimane la priorità assoluta. La strategia iraniana privilegia la sopravvivenza e la continuità, piuttosto che la prevalenza in ambito militare. In secondo luogo, vi sono prove di una strategia di escalation controllata, in cui i costi vengono imposti cercando di evitare il punto di non ritorno, che probabilmente inviterebbe a un massiccio intervento degli Stati Uniti. In terzo luogo, la leadership iraniana sta cercando di riconquistare la credibilità della deterrenza persa negli ultimi anni. Il fatto che l’Iran sia riuscito a mantenere la sua campagna di ritorsione nonostante le perdite di leadership indica che la pressione non porterà alla paralisi strategica. La strategia complessiva mira a un possibile equilibrio finale, in cui venga ripristinato un equilibrio di potere, rendendo gli attacchi all’Iran troppo costosi da sostenere”.
Alla luce di quanto sopra, chi potrebbe acquisire la nuova leadership del regime teocratico iraniano?
Il nostro esperto delle questioni medio orientali dichiara in merito che : “Anche prima dell’uccisione dell’86enne ayatollah Khamenei, la questione della successione era riemersa nel corso dell’ultimo anno, seppur in modo più sommesso. Molti osservatori hanno puntato l’attenzione su Mojtaba Khamenei, figlio della Guida Suprema, come probabile successore. Tuttavia, una successione padre-figlio comporta costi simbolici sostanziali, supponendo che il giovane Khamenei sia ancora in vita. La Repubblica Islamica è stata fondata come movimento antimonarchico e una transizione di potere ereditaria susciterebbe inevitabili paragoni con il regime detronizzato dello Scià Mohammad Reza Pahlavi, potenzialmente destabilizzando i fondamenti ideologici della dottrina dominante della Tutela del Giurista. Tuttavia, con la conferma della morte dell’Ayatollah Khamenei, si aprono diverse possibili traiettorie”.
Scenario uno: perdita di leadership con coordinamento ancora in atto:
“Diversi possibili archetipi potrebbero emergere come successori immediati. Tra questi, Mohammad Mehdi Mirbagheri come consolidatore ideologico, insieme a chierici istituzionali come Alireza Arafi, Hashem Hosseini Bushehri e Sadeq Larijani. Individui attenti alla sicurezza come il Presidente della Corte Suprema Gholamhossein Mohseni-Ejei potrebbero apparire come candidati stabilizzatori del sistema con una narrativa di continuità istituzionale. Ali Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica Islamica e sposato con la nipote del Grande Ayatollah Ali Al-Sistani, appartiene a una generazione più giovane. La sua discendenza funge da ponte simbolico tra Qom e Najaf, forse rassicurando l’establishment clericale senza modificare radicalmente l’architettura istituzionale esistente”.
Scenario due: leadership e coordinamento interrotti
“Supponendo che sia la leadership che i principali coordinatori dietro le quinte vengano contemporaneamente rimossi dalla scena, la sincronizzazione delle élite potrebbe temporaneamente deteriorarsi. Anche in un simile scenario, tuttavia, la frammentazione delle élite è improbabile. L’unità organizzativa a livello nazionale del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica lo rende un candidato naturale per il ruolo di istituzione di coordinamento, garantendo stabilità durante la formazione di un nuovo consenso. Un consiglio direttivo potrebbe quindi rimanere in carica per un periodo più lungo del previsto”.
Scenario tre: modalità sopravvivenza e moderazione tattica
“Se la rottura della leadership si verificasse contemporaneamente a disordini interni e a un’intensificazione dell’escalation esterna, lo Stato iraniano potrebbe procedere verso una stabilizzazione pragmatica del sistema politico. Leader precedentemente marginali come l’ex presidente moderato Hassan Rouhani o Hassan Khomeini, altro nipote del fondatore della Repubblica Islamica, potrebbero tornare a essere rilevanti come candidati di compromesso, in grado di mitigare i conflitti interni pur mantenendo flessibilità nelle relazioni internazionali. Si tratterebbe di un aggiustamento tattico piuttosto che di un’evoluzione ideologica”.
Conclusione
Mentre scrivo, il conflitto sembra ulteriormente inasprirsi, coinvolgendo l’intero Medio Oriente.
Se per per Washington e Gerusalemme, l’obiettivo dichiarato appare quello di rovesciare il regime teocratico e criminale iraniano, per Teheran, pur essendo consapevole di non disporre di una forza militare convenzionale in grado di sconfiggere il “nemico”, appare evidente l’intendimento di voler perseguire la sua sperimentata strategia, sintetizzabile nel sopravvivere abbastanza a lungo da indurre i suoi nemici ad adeguare necessariamente le loro politiche.
Stiamo assistendo a un momento epocale, secondo alcuni paragonabile al crollo dell’Unione Sovietica. L’intera macro regione del medio-oriente allargato è pienamente coinvolta e sconvolta, si stanno riscrivendo regole e confini!
L’Europa sembra assistere impotente!
SITUAZIONE SEGUITA
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Stefano Silvio Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.
È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita”(2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole”(2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.
[s.d.]



