Politica

il governo vuole dominare la giustizia

Tra i vari argomenti per votare NO al referendum per la separazione delle carriere dei magistrati ce n’è uno molto semplice e convincente: c’è da chiedersi perché, essendo a tal fine sufficiente una legge ordinaria, si è provveduto a modificare sette articoli della Costituzione. La risposta è ovvia: qui non si vuole agire soltanto sul piano tecnico della disciplina delle carriere, ma si vuole molto di più. Si vuole limitare fortemente il potere giudiziario sottoponendolo al controllo del potere esecutivo. In sostanza, il governo, come ha affermato la capo di gabinetto del ministro della Giustizia, vuole liberarsi dei magistrati, considerati un ostacolo all’azione governativa. In sostanza, il governo non vuole che altri fermino la propria azione, anche se essa è in palese contrasto con la Costituzione e violi, di conseguenza, i diritti fondamentali dei cittadini.

E’ noto che per lo svolgimento della vita civile, come affermò il Montesquieu, è indispensabile che un potere arresti l’altro potere, è indispensabile cioè l’equilibrio dei poteri. L’attuale governo, invece, dopo aver letteralmente assorbito il potere legislativo del Parlamento (nel 2025, solo 64 leggi sono state di iniziativa parlamentare e tutte le altre 171 leggi sono state di iniziativa governativa, o di approvazione di decreti legge), ora vuole avere la sicurezza di dominare anche il potere giudiziario.

In questo quadro, la separazione delle carriere dei magistrati (di per sé molto discutibile, perché toglie ai pubblici ministeri la mentalità del giudice, in base alla quale essi possono chiedere la condanna o l’assoluzione, conferendo loro la mentalità dell’accusatore che vuole soltanto la condanna), diventa un pretesto per ottenere ben altro: l’indebolimento del potere giudiziario e, in particolare, la sottoposizione dei pubblici ministeri all’esecutivo.

E vediamo le norme. Il sistema costituzionale attuale prevede che l’attività giurisdizionale, giudicante e inquirente, abbia come fondamento la “coscienza” del magistrato (secondo Calamandrei, la forza del cittadino sta nel poter ricorrere in ultima analisi alla “coscienza del Giudice”), e, ben sapendo che i magistrati sono comunque degli uomini che possono fallire, prevede inoltre ben tre gradi di giudizio, ai fini di correggere eventuali errori. Insomma si tratta di un sistema che unisce l’etica al diritto e che, per raggiungere questo fine assicura al giudice e al pubblico ministero una “indipendenza di giudizio”, e cioè la certezza che il proprio giudizio, non si torcerà contro di lui e avrà comunque in ogni caso diritto di cittadinanza giuridica.

E’ per questo che la Costituzione sancisce che “la magistratura costituisce un ordine autonomo e indipendente da ogni altro potere” (art. 104 Cost,), e che, di conseguenza, i magistrati sono governati da un unico “Consiglio Superiore della Magistratura”, formato per due terzi da giudici togati, eletti da tutti i magistrati, e per un terzo da nominati dal Parlamento in seduta comune.

Con la riforma questo baluardo di indipendenza è spazzato via. Vengono creati due CSM, uno per i giudici e l’altro per i pubblici ministeri, oltre un’Alta Corte disciplinare. Questi organi sono formati in modo da accrescere l’influenza dei politici. Infatti i giudici e i pubblici ministeri vengono estratti a sorte (si tratta di circa 10.000 magistrati), escludendo ogni valutazione di merito, mentre i nominati dal Parlamento sono dapprima eletti in una lista e poi estratti a sorte da questa lista medesima, in modo che sia assicurata la loro dipendenza dal governo, mentre la delicatissima funzione disciplinare, che tanto incide sulla indipendenza del magistrato, è affidata all’Alta Corte, eletta con lo stesso sistema.

Insomma quella sicurezza nella “indipendenza di giudizio” è vulnerata. E chi ci rimette è il cittadino comune.


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