Il femminicidio di Giulia Tramontano fu premeditato, riconosciuta l’aggravante per Impagnatiello
Alessandro Impagnatiello aveva premeditato di uccidere Giulia Tramontano, la sua fidanzata che di lì a poco avrebbe dato alla luce il loro bimbo: lo ha stabilito la Corte d’Assise d’Appello di Milano che ha riconosciuto l’aggravante della premeditazione per l’ex barman condannato all’ergastolo per l’omicidio della compagna al settimo mese di gravidanza. L’uomo, oltre al carcere a vita, si è visto infliggere anche tre mesi di isolamento diurno.
La decisione dei giudici milanesi è stata accolta da un applauso liberatorio da parte dei familiari di Giulia che si sono sciolti in un lungo abbraccio con il loro avvocato, Nicodemo Gentile. La Cassazione aveva chiesto di tornare in aula per riesaminare proprio quella premeditazione che la pm Alessia Menegazzo, titolare delle indagini, aveva contestato subito dopo l’arresto del 33enne ma che era stata esclusa nel precedente giudizio di secondo grado. Adesso, invece, è stata confermata in linea con la proposta della Procura Generale.
La ricostruzione delle ore precedenti al delitto, avvenuto il 27 maggio 2023, nell’appartamento di Senago, è passata attraverso le parole della sostituta procuratrice generale Maria Pia Gualtieri. Secondo la quale, Impagnatiello, presente in aula e seduto in prima fila, avrebbe deciso di passare all’azione quando si è reso conto che la sua doppia relazione sentimentale era stata scoperta. Giulia e la donna con cui lui aveva una storia parallela, entrambe all’oscuro dell’esistenza l’una dell’altra, quella mattina si erano confidate e avevano capito il castello di bugie che aveva costruito.
«La cifra dell’imputato è la menzogna nella vita e nel processo. Non badate alle parole: ha diritto di difendersi, ma ciò che conta sono le sue azioni», ha sottolineato la pg. La quale, a riprova della pianificazione, ha ricordato, oltre al cellophane usato per coprire il divano e ripararlo da eventuali macchie di sangue, anche alcune ricerche effettuate sul web dall’imputato poco prima di accoltellare Giulia e tentare di sbarazzarsi del corpo. Indicativa è la ricerca con le parole chiave «ceramica bruciata vasca da bagno», che dimostrerebbe la volontà di uccidere la ragazza e di bruciarne il cadavere. In più l’obiettivo di costruirsi un alibi e depistare le indagini è testimoniato dal messaggio inviato alla compagna per chiederle quando sarebbe rientrata.
Dall’altra parte, la difesa ha tentato fino all’ultimo di scardinare l’ipotesi della premeditazione: l’avvocata di Ipagnatiello Giulia Geradini ha invitato la Corte ad «attenersi alle risultanze probatorie, senza giungere a conclusioni sulla base di illazioni e congetture», provando a spostare il fulcro del movente. Secondo l’avvocatessa la somministrazione del topicida non era finalizzata a uccidere la compagna, bensì a interrompere la gravidanza. Una tesi, questa, non condivisa dai giudici.
Nicodemo Gentile, dopo la lettura del dispositivo, ha insistito a riflettere sul «valore civile» della sentenza e sulla necessità di «capire quanto sia importante nel nostro ordinamento avere un delitto autonomo di femminicidio. Oggi la Corte lo dice con forza». Fuori dall’aula Chiara Tramontano, la sorella di Giulia, ha commentato che «è stato bello vedere che i giudici che hanno emesso la sentenza siano due donne, perché questa è veramente una lotta di genere. Prima di affermare se ci sia stata o meno premeditazione si deve affermare la dignità di una donna che è stata uccisa e di tutte le altre donne che sono state vittime come lei». E poi rivolgendosi alle nuove generazioni ha detto: «se volete un esempio da non seguire scrivete su Google ‘Alessandro Impagnatiellò e vedrete che è una persona che nella vita non si è mai pentita». Le motivazioni saranno depositate entro 45 giorni.
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