Cultura

Il dio dell’amore, la recensione: amarsi un anno a Roma

«Il dio dell’amore è sempre in guerra», dice Ovidio. Non abbiamo le competenze liceali sufficienti per dire se lo abbia mai detto davvero; di sicuro lo dice in Il dio dell’amore, il film diretto da Francesco Lagi con cui si apre la 18ª edizione del BIF&ST, il Festival Internazionale di Bari, diretto per la seconda volta da Oscar Iarussi.

Ovidio, interpretato da Francesco Colella, è il filo che racconta e lega le differenti storie sentimentali che si svolgono durante un anno a Roma: una coppia che improvvisamente aspetta un figlio, anche se lui è infertile; le loro relazioni extraconiugali, intraprese e poi abbandonate; una coppia il cui amore, semplicemente – forse – finisce, ma lascia strascichi; le persone di cui ci si innamora, oppure no.

Oltre Woody Allen: la voce di Francesco Lagi


Avrete capito che non c’è niente di lineare in questo film scritto dal regista con Enrico Audenino, ispirato alle ronde sentimentali di Woody Allen, fin dal titolo che richiama La dea dell’amore (1995): ci sono gli intrecci del caso e del destino, i tira e molla complicati, l’uso della musica e della città, cadenzata dalle stagioni che passano, dai luoghi periferici che si alternano ai monumenti più rappresentativi. Del regista newyorkese non c’è lo stile – che in molti imitano, ma che nessuno può davvero confondere – anche perché Lagi ha sempre dimostrato una propria personalità registica.

Lo fa anche in questo film, cercando di rendere, attraverso la composizione delle immagini, il caos che regna nel cuore e nella mente degli uomini quando si affacciano i sentimenti: grazie anche alla fotografia di Edoardo Bolli, Il dio dell’amore mescola macchina a mano nervosa, piani più rilassati, inserti in vecchie pellicole scadute, zoom fulminei che ricordano il cinema degli anni ’70, rendendo visivamente variopinta la frammentazione delle linee narrative, tra dialoghi veloci recitati in tensione e momenti di riflessione emotiva.

Le contraddizioni dei sentimenti contemporanei


È una buona idea, soprattutto perché sopperisce, con la vitalità delle immagini, alle difficoltà che rendono la narrazione altalenante, a tratti convenzionale laddove invece sembra cercare un anticonformismo che resta nell’aria e approda su lande rassicuranti (il modo in cui vengono trattati l’aborto o l’omosessualità) o controverse, come il finale di una di queste storie in cui, incredibilmente visti i tempi in cui viviamo, le manie di uno stalker diventano romanticismo.

In Il dio dell’amore ci sono una serie di inciampi che fanno sembrare che il film si trascini, che faccia fatica a individuare il proprio tempo di racconto e a bilanciare i registri, ma la voglia di ravvivare il comparto visivo e il lavoro degli attori equilibrano la riuscita: tutti bravi o molto bravi, soprattutto i meno noti, come Chiara Ferrara o Benedetta Cimatti, che, in questo coro a più voci, sono gli accenni solistici più convincenti e danno freschezza a tutto il resto.


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