Il Culturista: I lunghi silenzi e le parole infinite di John Giorno, poeta Beat
Questo articolo è pubblicato sul numero 1-2 di Vanity Fair in edicola fino al 6 gennaio 2025.
Si potrebbe dire che John Giorno (The Performative Word, a cura di Lorenzo Balbi, MAMbo, Bologna, dal 5/2 al 3/5/26) è l’H&M della Beat Generation, il movimento degli anni ’50 con Allen Ginsberg e Jack Kerouac.
Non perché sia di qualità artistica inferiore, ma perché, diciamo, la sua poetica deriva da un brand più famoso. La sua carriera inizia letteralmente dormendo: 5 ore e 21 minuti senza svegliarsi, interprete di uno dei primi film sperimentali di Andy Warhol, Sleep (1964). Quando si sveglia, si scopre poeta e fonda la Giorno Poetry Systems, dove utilizza rudimentali tecnologie per far ascoltare le sue poesie.
Nel 1967 inventa il Dial-A-Poem, una performance dove la gente poteva telefonare e ascoltare una poesia a piacere di Giorno o dei suoi amici. Una sorta di poesia-Deliveroo. Diventa amico intimo dello scrittore maledetto William Burroughs, con cui vive nel vecchio spogliatoio dismesso di una palestra YMCA.
Secondo Burroughs, Giorno era capace di stare senza parlare per lunghissimi, preoccupanti, periodi. Silenzio interrotto da un cancro. Guarito, non saprà stare più zitto. Il vecchio spogliatoio, il «bunker», sulla Bowery, diventa un mitico luogo d’incontro dell’underground di New York e Giorno, uno dei più giovani del gruppo, sopravvive agli amici e diventa il re ed erede indiscusso della generazione Beat. La ripetizione della parola, fino allo sfinimento, diventerà il suo stile.
Come appunto certi capi di H&M, le sue poesie diventeranno più ricercate e sofisticate di quelle «Beat» originali. Era anche un uomo molto sexy, a metà fra un imperatore romano e un pugile stile Jack La Motta. Se il sonno è stato il suo trampolino, si può dire che il buonGiorno si vede dal mattino.
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