Abruzzo

il Comitato Casa Comune chiede ristori integrali per le vittime del dissesto idrogeologico


«Il dissesto idrogeologico non è un terremoto e non può essere trattato come tale». A dirlo è Monica D’Amico, portavoce del Comitato Casa Comune, che chiede una normativa ad hoc per la ricostruzione a Chieti, dopo i gravi danni causati dalla frana. «Applicare la Legge 40/2025 e il Testo unico già utilizzati per il sisma dell’Aquila – spiega – significa ignorare la natura stessa del fenomeno che ha colpito la città».

«Il terremoto è un evento improvviso e imprevedibile. Il dissesto idrogeologico, invece, è noto, mappabile e prevenibile. Lo dice la legge stessa, all’articolo 67 del decreto legislativo 152 del 2006, che impone alle autorità di bacino di individuare le aree a rischio e adottare misure di salvaguardia».

Per questo, secondo D’Amico, «non è accettabile un sistema di ristori parziali, pensato per contesti diversi. Le vittime del dissesto non hanno alcuna responsabilità: hanno diritto al risarcimento integrale di tutto ciò che hanno perso».

Nel mirino del Comitato ci sono non solo le modalità di calcolo dei danni, ma anche i criteri stessi del risarcimento. «Le attuali norme prevedono decurtazioni e massimali che non tengono conto della reale condizione economica di chi è stato colpito. Molte famiglie, anziani, persone disabili o con un solo reddito, non possono permettersi di integrare un risarcimento insufficiente. Per loro, spesso, quella casa era tutto».

Ma anche un risarcimento non decurtato, avverte, «non basta a restituire ciò che è stato perso. Oltre alla casa, ci sono i mobili, gli arredi, le migliorie fatte negli anni, e soprattutto il danno esistenziale: l’angoscia, l’incertezza, la rottura con il proprio ambiente di vita. Tutti aspetti che pesano e che vanno riconosciuti».

«Chiediamo una norma che preveda procedure semplificate, tempi certi, e soprattutto nessun obbligo di riacquisto dell’immobile – aggiunge D’Amico –. Le persone devono poter ricostruire liberamente la propria esistenza, senza vincoli imposti dall’amministrazione. Serve un risarcimento in denaro, reale e completo, che tenga conto della dignità delle persone».

«Solo passando da una fattispecie astratta a una più umana e concreta – conclude – si potrà fare vera giustizia. Perché, come dicevano i latini, “Summum ius, summa iniuria”: il massimo rigore del diritto può diventare la più grande ingiustizia, se non si attribuisce a ciascuno ciò che gli spetta».


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