Il cinema digitale non è eterno: conservare un’opera sta diventando un problema e può cambiare la settima arte
Il cinema digitale può svanire. Questa è la certezza, alquanto amara, con cui da qualche tempo stanno convivendo appassionati e addetti ai lavori della settima arte. Siamo passati dalla pellicola al digitale con la convinzione che un file potesse durare per sempre, ma le recenti ricerche hanno dimostrato che non è così.
Il punto è molto semplice per arrivare, poi, a un sistema complesso: le opere cinematografiche conservate in digitale, non più su pellicola, dunque, hanno bisogno di restaurazione ciclica. In estrema sintesi, se le opere vengono conservate per anni su file e documenti senza metterci mano, il rischio concreto è perdere tutto.
Il cinema digitale è a rischio
Le variabili che possono mettere a repentaglio la salvaguardia collettiva di opere sono molteplici. La discussione, diventata un dibattito piuttosto serio all’interno di alcuni panel nella Capitale e in altrettante manifestazioni dedicate in giro per l’Europa, si fa sempre più serrata. A problemi eventuali devono corrispondere risorse possibili e per questioni di tempo, spazio e voglia non è sempre facile ammetterlo, ribadirlo e constatarlo.

L’European Film Market della Berlinale ha cominciato a mettere carne al fuoco, sottolineando che assicurare il futuro degli archivi cinematografici digitali deve essere una priorità oltre che una responsabilità condivisa. La conservazione dei master, molto spesso, viene considerata al pari di un adempimento tecnico superfluo. Un costo in più che si fatica ad affrontare, oppure non si prende proprio in considerazione.
I supporti stanno invecchiando
Il ragionamento, superficiale, che spesso viene fatto è relativo alla conservazione su file. Gli archivi digitali, però, non sono la panacea di ogni situazione. Specialmente con i cambiamenti atmosferici a cui il mondo è recentemente sottoposto. Tutto muta velocemente e anche gli archivi possono subire alterazioni e ripercussioni. L’obsolescenza del supporto fisico, non considerata da molti produttori, è una piaga all’ordine del giorno. Digitalizzazione non fa necessariamente rima con resistenza a oltranza.

I file possono danneggiarsi così come i relativi dispositivi di lettura. Paradossalmente, come sottolineato più volte da esperti del settore, le pellicole dei film più datati sono conservate meglio e oggi, anche dopo secoli, se avessimo i dispositivi giusti, la visione sarebbe inalterata. Il digitale non può avere lo stesso stato di conservazione perchè, oltre al mantenimento effettivo di un file nei rispettivi hard disk, c’è anche la necessità di preservare un’opera.
Archivi sempre più ricolmi
In senso stretto: se noi tutti preserviamo un film su hard disk che, poi, si disperdono o stazionano in archivi sempre più ricolmi, il rischio è quello di ritrovare opere potenzialmente visibili che hanno perso la rispettiva qualità perchè “gli hard disk in cantina sono l’antitesi della resilienza“, citando gli esperti.
Se un dispositivo di qualunque natura resta inutilizzato per troppo tempo, quando si torna ad aprire la risoluzione dei file all’interno sarà completamente diversa e di gran lunga peggiore rispetto alle prime riproduzioni. Questo, spiegato in forma minore, avviene anche con le opere cinematografiche. La digitalizzazione ha aumentato di gran lunga la produttività, ma in pochi hanno pensato alla lunga conservazione.
L’impatto ambiente e le conseguenze climatiche hanno portato l’attenzione su un nuovo binario. Evitare di perdere tutto con l’usura del tempo è necessario, quasi imprescindibile. Il cinema è storia del mondo: attraverso i film si spiegano cose, vengono descritti periodi storici. Ogni opera è testimonianza del nostro passaggio sulla Terra, al pari di qualunque altra forma d’arte. Come è possibile, dunque, evitare l’indisponibilità di massa dei file? Tramite un processo di restaurazione e monitoraggio costante.
Costi e oneri
Quest’attività, con relativa traslazione di materiali su dispositivi aggiornati, si paga e viene fatta da personale qualificato. Team di esperti che, già oggi, sono al servizio delle maggiori case di produzione. Questo lavoro, però, comporta dei costi e degli oneri che non tutti sembrano essere disposti a ottemperare. Molti non vedono il problema nell’immediatezza, ma si ritroveranno a porsi determinati interrogativi prima di quanto si possa immaginare.
“In Italia la conservazione lato produttori avviene in maniera assolutamente amatoriale; si parla di sistemi che si chiamano ‘scatoloni e post-it’ o hard disk buttati da qualche parte”, ammettono gli esperti che hanno partecipato al recente panel dal titolo Custodi di sogni – I tesori della Cineteca Nazionale. Vero e proprio Festival dove si è affrontato il problema nella sua interezza, anche con discorsi scomodi per molti perchè implicano costi piuttosto elevati. Investimenti che, però, rappresenteranno una rendita senza tempo. Un film più persiste più esiste, così come i guadagni che frutta. Chi più spende, in poche parole, meno spende.
Francia e Germania verso il futuro
Ecco perchè Francia e Germania hanno già cominciato ad adeguare la propria legislazione sul tema: chi realizza un’opera cinematografica, di qualsiasi natura, quindi sia lungometraggio che cortometraggio, con il contributo statale è destinato a impiegare una parte del budget rilasciato in quelle che sono state definite proprio pratiche di salvaguardia e conservazione file. Si parla di circa 5-10mila euro sull’intero capitale che garantiscano per almeno 10 anni la conservazione preso operatori certificati.
La quota va rinnovata dopo una decade con accordi precisi che potrebbero anche variare. Il punto, però, non sono le trattative che ci saranno, ma la volontà di agevolare una cultura della preservazione importante tanto quanto quella della produttività. Il cinema è di tutti, in particolar modo di coloro che riescono – ancora oggi – a riconoscerne il valore. Al punto da conservarlo nel tempo, come eredità da coltivare e controllare. Truffaut diceva che il cinema è come una notizia che non finisce mai. Lo spoiler, tutto contemporaneo, è che niente è per sempre. Inclusa un’opera digitale.




