Calabria

Il ciclone in Calabria, «non si può intervenire sempre dopo. Serve un Piano regionale di rischio»

La ventata mediatica di queste ultime ore ha finalmente spinto la Calabria sconosciuta in prima fila. C’è voluto il ciclone mediterraneo perché anche a Roma scoprissero le fragilità naturali di questa terra esasperate da un consumo del suolo senza freni. E così, i calabresi sono costretti a fare i conti con eventi estremi che sembrano ormai ciclici. Ma dietro l’emergenza, avverte Mauro La Russa, nuovo direttore del Dipartimento Dibest dell’Università della Calabria e presidente nazionale dell’Associazione di Archeometria, c’è una debolezza strutturale che viene da lontano. «Bisognerebbe fare un passo indietro e guardare alla fragilità geologica della Calabria», osserva. «La nostra regione, nel panorama nazionale, presenta una vulnerabilità maggiore per il contesto geodinamico in cui si trova: siamo lungo un margine di convergenza tra la placca africana e quella eurasiatica. Questa continua compressione genera movimenti tettonici costanti, creando un substrato favorevole ai dissesti».

Un quadro naturale complesso, aggravato dall’azione dell’uomo. «A questo si aggiungono decenni di scelte sbagliate: costruzioni ovunque, colate di cemento anche dove non si poteva, modifiche ai corsi d’acqua naturali. Alla fine la natura presenta il conto». Il risultato è sotto gli occhi di tutti con un dissesto idrogeologico diffuso, erosione costiera continua lungo circa 800 chilometri di litorale, all’interno di una regione «altamente sismica», come ama ricordare ai suoi studenti, che evidenzia con «il colore più scuro della carta sismica d’Italia».
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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