Il Card. Battaglia: «La mafia? Quando mancano i diritti c’è chi li sostituisce»
Il Cardinale Domenico Battaglia, arcivescovo di Napoli, è una delle voci più autorevoli della Chiesa italiana sui temi della giustizia sociale, della lotta alle mafie, della pace e della dignità delle persone. Sacerdote profondamente radicato nei territori e nelle periferie umane, catanzarese di Satriano, ha caratterizzato il suo cammino pastorale con una visione evangelica in grado di unire la cura dei poveri con la denuncia delle disuguaglianze e l’appello a una forte responsabilità civile.
Creato Cardinale da Papa Francesco nel concistoro del 7 dicembre 2024, nello scorso maggio ha partecipato come elettore al conclave che ha portato all’elezione di Leone XIV.
Il suo magistero intreccia spiritualità e cittadinanza, restituendo una testimonianza credibile di Chiesa in uscita, capace di parlare alle coscienze e di interrogare le istituzioni. Su questi temi si è concentrato il nostro lungo dialogo.
Eminenza, Napoli è una città attraversata da grandi contraddizioni: bellezza e ferite, solidarietà e violenza. In questo contesto, che ruolo può avere la Chiesa nella lotta alle mafie?
«Ho sempre cercato di fare mie le parole di Oscar Romero, il vescovo di San Salvador ucciso sull’altare il 24 marzo 1980: “Molti vorrebbero una predicazione spiritualista da lasciare contenti i peccatori, che non dica nulla agli idolatri, a coloro che stanno in ginocchio davanti al denaro e al potere. Ma una predicazione che non denuncia le realtà peccaminose non è Vangelo”. Mi sento di dire che proprio in quei contesti nei quali la violenza e il potere vengono idolatrizzati e davanti ad essi ci si inginocchia quotidianamente, laddove prevale la cultura dell’arroganza e del denaro a tutti i costi, in quelle situazioni nelle quali nel nome di questi idoli si schiaccia la dignità delle persone, si annulla ogni libertà e si sporcano le bellezze di un territorio, è proprio lì che la Chiesa è chiamata ad essere fedele a quelle bellissime parole che leggo nel vangelo di Giovanni: “luce che splende nelle tenebre”. Davanti ad un male così profondo ed endemico come le mafie io non vedo altro modo di essere Chiesa se non quello di un annuncio che, come diceva Oscar Romero, sia “denuncia delle realtà peccaminose”, cioè di tutto ciò che disumanizza la vita delle persone. E per rifarmi ancora alle parole di questo vescovo santo, io lo so che “molti vorrebbero una predicazione spiritualista”, ma è sempre stato così: le tenebre hanno sempre cercato di respingere la luce».
Negli ultimi anni si parla sempre più di “teologia antimafia”. Lei come definirebbe questo orizzonte teologico?
«È ormai chiaro che il fenomeno mafioso, nella sua profondità e complessità, non può essere ridotto a una questione solo giudiziaria né liquidato come semplice criminalità. La mafia è un modo di pensare la vita, di abitare le relazioni, di trasmettere valori. È una visione dell’uomo e del mondo. Potremmo dire, senza esagerare, che è un vero e proprio sistema antropologico, con tratti culturali ben definiti e con una forte pretesa religiosa. La dimensione religiosa, e in particolare quella cristiana, attraversa profondamente questo sistema: le mafie hanno preso in prestito linguaggi, simboli, gesti, perfino parole di fede, fino a costruire una sorta di religiosità parallela. Ma qui va detto con chiarezza: è una religiosità falsa. Non solo perché strumentalizza i segni cristiani, ma perché propone un Dio che non è il Dio di Gesù Cristo. Un dio che benedice il potere, giustifica la violenza, tace davanti all’ingiustizia. Ecco perché bisogna dirlo senza ambiguità: Dio è incompatibile con la mafia. Il Vangelo è incompatibile con ogni sistema che umilia, domina, uccide. Per questo ogni vera teologia, se è fedele al Dio della liberazione, è già di per sé un’antimafia. Ma a una condizione: che non resti parola, che non si chiuda nei libri, che non diventi esercizio astratto. Deve incarnarsi, farsi denuncia, farsi liberazione concreta delle persone e dei territori. Solo così si risponde davvero a quella che è, a tutti gli effetti, un’eresia».
L’argomento delle disuguaglianze sociali è centrale nel suo magistero. Qual è il legame tra povertà, disuguaglianze e mafie?
«Non parlo da esperto, né da sociologo o da giurista. Parlo da prete del Sud, cresciuto in Calabria e poi chiamato a camminare dentro le strade di Napoli. E lì, in queste terre così diverse e così simili, ho visto una cosa tornare sempre uguale: quando i diritti mancano, qualcuno li sostituisce. E quasi mai lo fa gratuitamente. In tanti paesi della Calabria come in interi quartieri di Napoli, la mafia si presenta come una risposta. Offre lavoro, protezione, soluzioni rapide. Ma quello che offre non è mai un dono: è un debito. Perché ciò che dovrebbe essere garantito diventa favore, e ciò che è un diritto viene fatto passare come concessione. Così si educa alla dipendenza, si spegne la libertà, si abitua la gente a pensare che questo sia l’unico modo possibile di vivere. È qui che le mafie trovano terreno fertile. Non solo nella povertà, ma nella disuguaglianza, nell’abbandono, nel sentirsi invisibili. Per questo contrastarle non è solo una questione di repressione, ma di giustizia. È ridare diritti, restituire dignità, costruire un modello di crescita che non lasci nessuno indietro. Senza questo, ogni lotta alle mafie resta incompleta, perché non guarisce la ferita da cui il male continua a nascere».
Il suo impegno per la pace si intreccia con quello contro le mafie. Qual è il legame tra pace e giustizia?
«Ultimamente Papa Leone XIV lo ha ricordato che “senza giustizia, non c’è pace”. Sì, perché la pace non nasce per decreto, non arriva per caso. Dove manca giustizia, la pace resta un sogno fragile. Dove la gente soffre, non ha accesso ai servizi fondamentali, non può costruire il proprio futuro, non c’è vera pace, anche se non ci sono bombe. C’è solo un silenzio che pesa, un silenzio carico di rabbia e attese tradite. Don Primo Mazzolari lo diceva in modo che ancora mi risuona dentro: i poveri non si contano, vanno abbracciati. E don Tonino Bello aggiungeva, con la forza di chi vive con il cuore tra la gente: la pace non è un compromesso, non è assenza di conflitto, ma la vita piena per tutti, soprattutto per chi è più debole, il diritto a camminare senza paura, a nutrirsi senza fame, a vivere con dignità. La pace è possibile solo quando la giustizia diventa carne: quando i diritti vengono restituiti, quando chi è più fragile non è lasciato solo, quando le ferite sociali vengono curate. Ogni ingiustizia ignorata diventa terreno fertile per la violenza; ogni silenzio davanti al dolore diventa complice di chi opprime. Ecco perché pace e giustizia non si possono separare. Senza giustizia, la pace è solo un’illusione; e le mafie, come le guerre, prosperano proprio lì dove la giustizia viene negata. Ma dove la giustizia viene costruita, la pace germoglia, la vita diventa piena, le relazioni custodiscono, la comunità protegge i fragili, e i popoli non sentono il bisogno di prevaricare altri popoli e i poteri oscuri dell’economia vengono privati dei loro strumenti di male, perché chi vive la giustizia e pratica la pace è una persona libera. E persone libere costruiscono comunità libere».
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