Il bar del 2026 abbassa la voce (e torna a farsi scegliere)

Nel 2025, i bar italiani sono stati frequentati quasi 6 miliardi di volte, con la sola colazione che concentra il 44% delle visite, le pause quotidiane quasi un terzo; il settore vale 23,8 miliardi di euro, con uno scontrino medio attorno ai 4,20 euro. Tre italiani su quattro vivono in un comune che ha almeno un bar aperto ogni giorno, spesso per più di dodici ore. Sono i dati presentati da Fipe-Confcommercio a Sigep World 2026, la fiera internazionale dell’ospitalità professionale che si è tenuta a Rimini a gennaio. Numeri che raccontano un’infrastruttura sociale ed economica ancora centrale nel Paese.
Eppure, dietro questa apparente solidità, si muove un equilibrio fragile. Le chiusure superano le aperture, la sopravvivenza delle imprese a cinque anni resta poco sopra il 50%, i margini sono compressi da costi crescenti e da una domanda più prudente. È dentro questa tensione che va letto il cambiamento del bar italiano; non come moda, ma come necessità.
Un consumo che si fa adulto
Nello Speciale Tendenze di Bargiornale, Ernesto Brambilla intercetta con precisione questo passaggio, il bar viene letto come uno dei luoghi che meglio raccontano l’evoluzione del consumo fuori casa in una fase di incertezza strutturale. Dopo il rimbalzo post-Covid e la breve illusione di una ripartenza senza freni, il consumo entra in una fase più matura. Non arretra, ma si ricompone: beve meno, ordina con più attenzione, frequenta con maggiore selettività; in cambio, pretende senso, coerenza, qualità.
È quello che viene definito un consumo “centrico”: non rinunciatario, ma consapevole. Il bar non è più il luogo dell’eccesso, bensì quello della scelta e la domanda implicita che ogni locale si trova ad affrontare è sempre la stessa: perché dovrei spendere qui i miei 4 euro e non altrove?
Tornare a essere un luogo
La risposta, nel 2026, secondo Bargiornale, potrebbe passare meno dallo spettacolo e più dalla credibilità; il bar torna così a essere un luogo da abitare, non un concept da spiegare. Funzionano gli spazi che costruiscono familiarità, riconoscimento, continuità, dove l’ospite non è un pubblico da intrattenere ma una persona da accogliere.
In questo quadro, prende forma il modello ibrido: locali organizzati come aziende, con processi, standard ed efficienza, ma percepiti come bar di quartiere. Dietro le quinte la struttura; davanti, la relazione. È una sintesi profondamente italiana, che tiene insieme razionalità economica e capitale sociale, e che risponde a un mercato capillare ma sempre più competitivo.
Anche l’estetica si allinea. Il minimalismo e l’industrial, diventati linguaggi neutri e replicabili, lasciano spazio a un ritorno della materia, del colore, del comfort. Curve, luci calde, superfici tattili: non per stupire, ma per far restare. Bargiornale parla di neo-mondano: una nuova eleganza quotidiana, in cui il bar torna a essere palcoscenico sociale senza trasformarsi in teatro, quindi, vedremo meno posa e più relazione.
Quando l’identità diventa una scelta economica
Ma non è tutto rosa e fiori, in un settore in cui i conti faticano a tornare, l’identità smette di essere un esercizio stilistico e diventa una leva di sopravvivenza. L’estetica fine a sé stessa non regge più; l’esperienza deve essere sostenibile, ripetibile, credibile. Il bar che funziona è quello che riesce a tenere insieme atmosfera e modello economico, relazione e marginalità.
Il cambiamento, nel complesso, è silenzioso ma profondo. Nel 2026, il bar non chiede attenzione, chiede fiducia; non punta sull’effetto speciale, ma sulla continuità. E forse è proprio qui la sua evoluzione più interessante: tornare a essere un luogo in cui si entra non perché “sta succedendo qualcosa”, ma perché, semplicemente, si sta bene.
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