Il 40% degli anziani si dimentica di prendere i propri farmaci: ecco come aiutarli
Passano le epoche, cambiano le aree geografiche, ma c’è un dato che resta pressoché costante nei sistemi sanitari di mezzo mondo: la scarsa aderenza terapeutica degli anziani. Circa il 40% delle terapie croniche non viene assunto correttamente dai pazienti over 65, un fenomeno che si traduce in esiti clinici negativi, ricoveri evitabili e un cospicuo spreco di risorse. «Un farmaco preso male equivale a buttare via i soldi», sintetizza efficacemente Elisabetta Poluzzi, professoressa ordinaria del Dipartimento di Scienze Mediche e Chirurgiche dell’Università di Bologna e coordinatrice del progetto Eldercare – Enabling medication adherence in the elderly, finanziato dall’Unione Europea per sviluppare strategie concrete contro questa emergenza silenziosa.
La ricerca e il confronto internazionale
La ricerca condotta con l’Università di Milano, l’Università di Napoli Federico II e l’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, con la collaborazione di associazioni di pazienti, società scientifiche, e le federazioni di infermieri, medici e farmacisti, Fnopi, Fnomceo e Fofi, per due anni ha raccolto dati e valutato esperienze in Italia e in diversi Paesi prima di arrivare alla presentazione dei risultati e delle raccomandazioni per i decisori. Il problema è particolarmente acuto in Italia, dove circa un quinto degli over 65 assume almeno dieci farmaci contemporaneamente. Non si tratta solo di dimenticanze: dietro la mancata aderenza si nasconde un intreccio complesso di fattori cognitivi, organizzativi, economici e relazionali che il progetto Eldercare ha voluto dipanare attraverso una revisione sistematica della letteratura internazionale e un’ampia indagine sul campo tra professionisti sanitari e pazienti.
Le quattro strade per riconquistare l’aderenza
Dalla ricerca emergono quattro ambiti di intervento ben definiti, come spiega la professoressa Poluzzi. Il primo, e più complesso, riguarda l’organizzazione sanitaria: «Bisognerebbe dedicare tempo e risorse per avere professionisti dedicati al supporto dell’aderenza», sottolinea. Che sia in una casa della comunità, nell’ambulatorio specialistico o dallo studio del medico di medicina generale, al paziente cronico va riservato quel quarto d’ora o mezz’ora in più che può fare la differenza tra successo e fallimento terapeutico. Il secondo pilastro è l’educazione del cittadino: «Serve far capire l’importanza di assumere correttamente i medicinali e di non accontentarsi del primo sollievo dei sintomi», avverte Poluzzi. Troppo spesso i pazienti interrompono le terapie appena si sentono meglio o, al contrario, quando passa la paura legata a un fattore di rischio cardiovascolare scoperto durante un controllo. La terza direttrice punta sulla formazione specifica dei professionisti sanitari, che devono imparare tecniche di comunicazione e di engagement del paziente. «Bisogna verificare che il paziente abbia capito e ricontattarlo più volte per assicurarsi che stia seguendo correttamente la terapia», chiarisce la docente bolognese. Si tratta di costruire un rapporto di fiducia basato sulla decisione condivisa della terapia e sul mantenimento di un contatto diretto, anche per intercettare tempestivamente effetti avversi o sintomi nuovi. Infine, il quarto capitolo apre alle potenzialità della tecnologia: dai semplici promemoria sugli smartphone, ai portapillole elettronici con segnali acustici e sportellini automatici e fino a nuove soluzioni basate sull’intelligenza artificiale. «È un tema accattivante e le prospettive ci sono, ma se andiamo a vedere realmente quello che è disponibile oggi per i pazienti il campo si restringe. Almeno partirei dalla tecnologia a “costo zero” come promemoria sugli smartphone, anche se poi spesso serve comunque qualcuno che imposti l’app per il paziente anziano, spesso poco competente sul digitale. L’IA? Per ora più promessa che realtà…», osserva pragmaticamente Poluzzi. La revisione sistematica pubblicata sul Journal of the American Geriatrics Society conferma che gli interventi tecnologici funzionano quando la scarsa aderenza deriva dalla complessità del regime terapeutico, ma sono inefficaci se il problema è la sfiducia nella terapia stessa.
Gli alleati indispensabili: i professionisti sanitari
Se le raccomandazioni indicano la strada, sono i professionisti sanitari a doverla percorrere concretamente. E qui emerge con forza il ruolo cruciale del farmacista, figura presente in oltre un terzo degli interventi esaminati dalla revisione internazionale. «La farmacia aperta al pubblico è probabilmente la risorsa più disponibile e la più vicina ai pazienti cronici», ragiona Poluzzi. Servizi come il deblistering – lo spacchettamento del farmaco dalla confezione – o la preparazione di pilloliere settimanali personalizzate, già offerti da realtà come Farmacap, la rete delle farmacie comunali di Roma, rappresentano soluzioni concrete e immediate. «Sarebbe probabilmente la soluzione chiave, e coprirebbe molte delle difficoltà attuali dei singoli pazienti», sostiene con convinzione la professoressa, pur riconoscendo che resta aperto il tema della sostenibilità economica di questi servizi aggiuntivi, spesso offerti a pagamento. In altri paesi, soprattutto quelli con sistemi assicurativi privati, il costo del deblistering è già coperto dalle polizze sanitarie. Gli infermieri rappresentano l’altra colonna portante: la loro presenza è documentata in quasi un quinto degli studi analizzati, distribuiti trasversalmente tra ospedali, case della comunità, assistenza domiciliare e residenze per anziani. La loro flessibilità operativa e la capacità di seguire il paziente lungo tutto il percorso di cura li rende figure strategiche, specialmente per gli interventi che richiedono competenze relazionali e motivazionali. Ovviamente, non meno importante, il coinvolgimento diretto dei medici, che però spesso viene limitato da vincoli di tempo e risorse. Una novità da analizzare con attenzione in questo senso è la recente introduzione della ricetta valida fino a 12 mesi per alcune malattie croniche. «Questo non deve corrispondere al fatto che il medico consegni una ricetta da 12 mesi senza rivedere il paziente in questo arco di tempo – ammette Poluzzi – ma se accompagnata dalle costanti segnalazioni delle farmacie, quando il paziente non ritira i farmaci prescritti, e da tecnologie di monitoraggio e interazione con la cartella clinica elettronica, potrebbe essere davvero utile».
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