Toscana

Il 28 agosto 1944, ottantadue anni fa, Bibbiena tornava libera. Le riflessioni del Pd


Riceviamo e pubblichiamo le riflessioni del circolo Pd Unione Comunale di Bibbiena sul tema della Liberazione. Si parla di cosa stiamo facendo noi della libertà che abbiamo ricevuto, del rifiuto della rassegnazione, della responsabilità del futuro e del ripudio della guerra

“Dopo l’8 settembre 1943, con l’occupazione tedesca e la nascita della Repubblica Sociale Italiana, anche in Casentino iniziarono a organizzarsi i primi nuclei della Resistenza. Il Gruppo Casentino, che sarebbe poi confluito nella XXIII Brigata “Pio Borri”, raccolse armi e materiali, svolse azioni di sabotaggio, aiutò prigionieri alleati fuggiti dai campi di detenzione e militari italiani sbandati. La montagna divenne rifugio, luogo di organizzazione e di lotta e questo comportò un prezzo altissimo anche per la popolazione civile.

Il 13 aprile 1944 la violenza nazifascista colpì anche il nostro comune, nel quadro del grande rastrellamento casentinese: trenta persone furono uccise, ventidue a Partina e otto a Moscaio. Nell’estate del 1944 il Casentino era ormai terra di fronte. Le truppe tedesche ripiegavano verso nord, gli Alleati risalivano lentamente la Valle e i partigiani operavano sul territorio. Le strade, i paesi e i boschi erano segnati dalle mine e dai rastrellamenti. Le ricostruzioni storiche basate anche sulle memorie di Raffaello Sacconi raccontano che i partigiani del Gruppo Casentino, guidati in quell’azione da Luigi Lastrucci e accompagnati da genieri alleati impegnati nello sminamento, entrarono a Bibbiena mentre le forze tedesche ripiegavano sotto la pressione dell’avanzata alleata. 

Bibbiena non fu soltanto liberata: ci furono bibbienesi e casentinesi che contribuirono alla sua Liberazione. Quelle donne e quegli uomini si assunsero la responsabilità di combattere per la libertà. Oggi, grazie a loro, viviamo in un tempo completamente diverso. Non siamo sotto una dittatura fascista e non abbiamo un esercito occupante nelle nostre strade. Proprio per questo ci dobbiamo domandare: che cosa stiamo facendo noi della libertà che abbiamo ricevuto? 

Essere una Comunità libera non significa soltanto poter votare, parlare, manifestare, dissentire. Significa mettere ogni persona nelle condizioni reali di poter scegliere il proprio futuro. La libertà è anche libertà di poter restare. Studiare, formarsi e non essere costretti ad andarsene perché non esiste un’opportunità adeguata alle proprie capacità, poter costruire una famiglia senza dover lasciare la propria Valle, poter crescere e invecchiare nel proprio paese contando sui servizi e sulla cura di cui si ha bisogno, lavorare con un salario e condizioni che garantiscano dignità, raggiungere una scuola, un ospedale, un posto di lavoro senza che la distanza diventi ogni giorno un ostacolo. 

È anche in questo che la memoria della Resistenza continua a parlare al presente, perché una delle lezioni più grandi lasciateci dalle partigiane e dai partigiani è il rifiuto della rassegnazione. L’idea di Comunità e di Repubblica che vogliamo essere passa da qui, perché i diritti di cittadinanza non possono essere diversi in base a dove si nasce o si sceglie di vivere. Per questo abbiamo bisogno di istituzioni, associazioni, imprese, scuole e cittadini capaci di costruire insieme una visione di Comunità che vogliamo lasciare a chi verrà dopo di noi. Abbiamo bisogno di tornare a riconoscere che, pur nelle differenze, abbiamo un destino comune.

Durante la Resistenza donne e uomini provenienti da culture politiche, idee e condizioni sociali diverse seppero riconoscere che esistevano valori più grandi delle loro differenze. Comunisti, socialisti, cattolici, liberali, repubblicani, militari, operai, contadini e studenti seppero stare dalla stessa parte quando in gioco c’erano la libertà e il futuro del Paese. Oggi abbiamo bisogno di questa maturità, riconoscere, oltre le differenze, il bene comune. 

Ottantadue anni fa le partigiane e i partigiani ebbero il coraggio di immaginare Bibbiena e il Casentino liberi, quando la libertà sembrava lontanissima. Il 28 agosto 1944 ci furono persone che si assunsero la responsabilità di contribuire alla liberazione di Bibbiena, combattendo e rifiutando la rassegnazione. La nostra responsabilità è quella di costruire una Comunità degna della libertà che abbiamo ricevuto. Anche così rendiamo vive e attuali la Resistenza e la Liberazione: non ripetendo il passato, ma rifiutando la rassegnazione e assumendoci, nel nostro tempo, la responsabilità del futuro. 

Infine, c’è una parola che non possiamo dimenticare: pace. La pace non è un’utopia ingenua, è un compito dei cittadini e della politica, per essere duratura ha bisogno di giustizia, di libertà, di rispetto dei diritti e della dignità di ogni essere umano. Non è un caso che dalla tragedia della dittatura e della guerra sia nata una Costituzione che non si limita ad auspicare la pace, ma afferma che l’Italia ripudia la guerra. È una parola forte, scelta da donne e uomini che la guerra l’avevano conosciuta davvero. Quelle partigiane e quei partigiani scelsero di prendere le armi perché vivevano sotto una dittatura e un’occupazione e combatterono anche perché le generazioni future potessero vivere in un Paese nel quale libertà, democrazia e pace fossero le fondamenta della convivenza civile. 

Ripudiare la guerra significa continuare a credere nella politica, nel diritto, nella diplomazia e nella capacità dei popoli di costruire la pace. La Resistenza ci ha insegnato a non rassegnarci quando libertà e dignità vengono negate. Facciamo vivere quella lezione nel nostro tempo non rassegnandoci alle ingiustizie, all’idea che il futuro delle nostre comunità sia già scritto e, soprattutto, alla guerra. Viva Bibbiena libera. Viva la Resistenza. Viva la Costituzione. Viva la pace. Viva l’Italia”.


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