Emilia Romagna

il 16 febbraio il malato immaginario di molière con la regia di andrea chiodi al teatro dadà di castelfranco emilia






La Stagione di Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale al Teatro Dadà di Castelfranco Emilia prosegue lunedì 16 febbraio alle ore 20.30 con Il malato immaginario di Molière, diretto da Andrea Chiodi e con in scena Tindaro Granata e Lucia Lavia insieme a un nutrito cast composto da Angelo Di Genio, Emanuele Arrigazzi, Alessia Spinelli, Nicola Ciaffoni, Emilia Tiburzi, Ottavia Sanfilippo.
Non è la prima volta che Tindaro Granata e Andrea Chiodi lavorano insieme sui classici: dopo La locandiera di Goldoni e La bisbetica domata di Shakespeare, ora portano in scena uno dei testi più fortunati di Molière, Il malato immaginario, nell’adattamento e traduzione di Angela Dematté.

Molière ha scritto quest’opera nel 1673: un nuovo attacco contro i medici, che testimonia, ancora una volta, il suo odio viscerale per questa categoria.
“Molière – scrive Giovanni Macchia, tra i francesisti più autorevoli del Novecento – è uno scienziato delle nevrosi”. È un uomo malato, che teme di morire, ma che sa anche che ridere e far ridere è una difesa contro quelli che erano i suoi stessi mali: la gelosia, il dolore, l’ansia, la malinconia.

Dietro commedie che sembrano fatte di comicità persino farsesca, c’è l’ombra di un autoritratto, un gioco, dice Macchia “tra assenza e presenza”.
Per affrontare questo testo, Andrea Chiodi si è lasciato ispirare da una battuta di Molière: “Quando la lasciamo fare, la natura si tira fuori da sola pian piano dal disordine in cui è finita. È la nostra inquietudine, è la nostra impazienza che rovina tutto, e gli uomini muoiono tutti quanti per via dei farmaci e non per via delle malattie”. Una visione che, pur suscitando un senso di inquietudine, apre a riflessioni di grande attualità.

“- Io sono il malato!, così grida Argante al fratello Beraldo e alla serva Tonina: – Io sono il malato!… Mi sono chiesto – si legge nelle note di regia di Andrea Chiodi – se questo grido non fosse il grido disperato di un autore teatrale che, mentre scrive, si sente messo da parte, ridicolizzato dalla società, non più di moda e, nel caso di Molière, non più accettato a corte. Con questo lavoro ho cercato di mettere in scena questo grido disperato, il grido di un artista, la domanda di un artista, la domanda di chi cerca di far capire a chi parla la sua arte, il suo teatro, fino a morirci dentro, fino a decidere di essere malato per proteggersi dalla durezza della realtà.

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L’abbiamo fatto con il testo integrale e fedele con la sola aggiunta della supplica di Molière al Re, supplica in cui domanda: “Allora ditemi sinceramente, mio sovrano Signore, se volete che io scriva ancora delle commedie. Io non voglio dar fastidio a nessuno. Preferirei morire piuttosto che pensare che il teatro di Molière disgusta tanto da detestare il solo sentirlo nominare”.

Il malato immaginario nasce in uno dei momenti più difficili della vita di Molière. L’autore è stretto in una morsa: un matrimonio scandaloso, opere sempre più scomode che attirano l’odio delle categorie che smaschera – tartufi, misantropi, avari – e la rottura con Jean-Baptiste Lully, il musicista prediletto del Re. Nel frattempo Luigi XIV ha già cominciato a guardare altrove: un nuovo “figlio”, più leggero, più alla moda, più funzionale alla corte, è pronto a prendere il suo posto.

In questo clima di isolamento e di perdita di potere simbolico, il commediografo scrive per sé un personaggio estremo: Argante, il malato immaginario.
“Mi sembra che l’autofiction in cui tutti noi esseri umani siamo caduti da qualche tempo – scrive Angela Dematté nelle note alla drammaturgia – questo nostro rappresentarci continuamente anche nei nostri malanni più intimi, sia molto simile alla malattia di Argante/Molière.”

Vogliamo mostrarci malati, immolarci, morire in scena per trovare disperatamente qualcuno che ci accudisca, compatisca, perfino che ci derida o che ci odi: cerchiamo un qualsiasi sguardo genitoriale che ci permetta di esistere.

Il re Luigi/padre sta già sostituendo Molière con un nuovo musicista/figlio, più furbo, leggero e di moda e – paradossale – con il suo stesso nome: Gianbattista. Molière non sarà più il commediante del re. Quello di Argante/Molière è un ultimo, disperato sforzo. Morendo, Molière ci deve aver detto qualcosa d’essenziale, di vicinissimo a noi. Si esiste solo se si è guardati. Si muore, talvolta, per esistere.”

























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