Marche

«I soldi non mi ridaranno mia figlia»

MACERATA – «È una soddisfazione amara, molto amara. Nessun risarcimento potrà ridarmi mia figlia, È l’unica che ho avuto e sarà impossibile averne altre». Laura, nome di fantasia, ha la voce rotta dalla commozione mentre ricorda il dramma vissuto in quel terribile dicembre del 2016. La piccola che aveva in grembo è nata morta e a lei sono stati rimossi l’utero e un’ovaia. Non potrà più diventare mamma.

  

La vicenda

Ora, a distanza di quasi 10 anni, i giudici della Corte d’Appello di Ancona, nel processo civile hanno condannato l’ex Asur a risarcire lei e il suo compagno con quasi 730mila euro per danni da responsabilità medica.

Era ricoverata nel reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Macerata, avrebbe dovuto far venire al mondo la sua primogenita con un travaglio indotto dopo una gravidanza a termine, ma erano subentrate delle complicanze che portarono alla rottura dell’utero e alla morte endouterina del feto.

Dopo la condanna in primo grado, l’azienda sanitaria presentò ricorso e in Appello i giudici della sezione civile hanno ridotto di poco l’importo finale complessivo, che si aggira sui 729.600 euro.

«L’indagine penale – racconta Laura – finì invece con un’archiviazione.

Dopo tante sofferenze e fatiche fisiche e morali, ora è stata finalmente fatta giustizia. I giudici hanno accertato la verità: adesso sappiamo che nostra figlia poteva vivere. Non è una questione di soldi perché niente potrà permetterci di tornare indietro nel tempo e poterla abbracciare. Non smetto mai di pensare a quello che è successo e come sarebbe stata la mia vita da mamma». Le lacrime rigano il volto di Laura, che tira un sospiro e poi prosegue: «Il trauma è indescrivibile: oltre all’assenza di mia figlia devo convivere con una serie di patologie fisiche. Tutto questo non aiuta a vivere sereni, è devastante anche a livello psicologico. Adottare un bambino? Non abbiamo neanche avuto il tempo di pensarci. Dal giorno del dramma io e il mio compagno abbiamo avuto solo la forza di andare avanti nella nostra battaglia per la verità: lo dovevamo a nostra figlia».

Nonostante tutto Laura ha trovato la forza di guardare oltre, con coraggio e tenacia: «È stato possibile grazie alla mia famiglia, al mio compagno e ai miei amici. E poi ho avuto la fortuna di poter contare su un’avvocatessa capace e sensibile come Alessandra Cappa, lei e le colleghe di studio non mi hanno fatto mai mancare la loro vicinanza».

Per i giudici dunque la morte della bimba e la rimozione dell’utero e di un’ovaia sono state originate da una responsabilità medica. «La consulenza tecnica espletata in Appello – scrivono i magistrati – appare ampiamente argomentata, priva di contraddizioni o salti logici e inoltre completa».

Secondo la Corte un cesareo eseguito in tempo avrebbe potuto salvare il feto e probabilmente evitare la perdita dell’utero. L’azienda sanitaria a questo punto ha la possibilità di ricorrere in Cassazione. E Laura potrebbe essere costretta a rivivere per l’ennesima volta quel dramma. C’è un pensiero che è sempre nella sua mente: «La consapevolezza di non poter più mettere al mondo bambini. Per una donna è terrificante».




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