Cultura

“I sogni si consumano piano”: il libro su Eversor e Miles Apart. Ne parliamo con l’autore Lele Morosini.

Eh, Eversor e Miles Apart. Quanti ricordi, quanti dischi ascoltati, quanti cori urlati fino a perdere la voce. Una storia di musica, certo, ma anche una storia formativa, di crescita e di cambiamenti (personali e musicali), sia per chi stava sopra il palco ma anche per chi era sotto. Sono cresciuto (io come tanti altri, ne sono sicuro) insieme ad Eversor e Miles Apart e ora che Lele Morosini, chitarrista e cantante delle due band, ha deciso di mettere su un libro tutte le storie e le avventure di quel percorso, beh, non potevo non emozionarmi e non potevo non contattarlo per fargli alcune domande. E lui, con la gentilezza che lo contraddistingue, mi ha risposto in modo ricco ed esauriente…

L’incipit è quasi obbligatorio caro Lele. Da dove è arrivato lo spunto, l’idea per questo libro?
In realtà non ho mai pensato di scrivere un libro su Eversor e MIles Apart, ho sempre pensato che, nonostante la lunga storia e le continue esortazioni di amici cari per mettere nero su bianco le varie vicissitudini e i tanti aneddoti, queste band non fossero comunque così importanti da meritarsi un libro. Solo quando mio fratello Marco nel settembre del 2024 è partito per trasferirsi definitivamente oltreoceano (sarebbe tornato dopo pochi mesi per traversie personali), ho sentito la necessità di ripercorrere tutto ciò che abbiamo vissuto negli ultimi 40 anni. Ho percepito la partenza di Marco come un epilogo importante visto il forte legame che ci ha sempre unito ed ho iniziato spontaneamente a scrivere senza particolari difficoltà dal momento che i ricordi riaffioravano con una certa nitidezza. Scrivere, riversare tutti i ricordi è stato davvero divertente ed emozionante. Non essendo uno scrittore e non avendo neppure gli strumenti per farlo, non sapevo se ciò che avevo iniziato potesse andar bene, quindi ho inviato l’incipit ad Alex Ventriglia, giornalista di Metal Hammer, che abita non lontano da casa mia e che, con mia grande sorpresa, mi ha esortato a continuare. In seguito ho inviato qualche nuovo capitolo a Giulio Repetto che mi ha subito proposto di stampare il libro per la neonata Green Records Press.

Io ti conosco bene come musicista, ma francamente non ti immaginavo nella veste di scrittore. Come ti sei approcciato a questa “nuova avventura”?
Mi lusinga la definizione di scrittore ma francamente non mi sento tale. Sono molto appassionato di letteratura, leggo tanta narrativa e il fatto che qualcuno abbia creduto in questo progetto mi ha reso oltremodo orgoglioso ma ho semplicemente scritto una storia, un racconto di formazione più che una biografia dal taglio documentaristico. Sono pagine che forse giocano molto sul lato emotivo e che hanno come intento quello di condividere le emozioni e le sensazioni che abbiamo provato durante le varie esperienze e i vari incontri con persone importanti e significative.

Com’è stato scavare nei ricordi e nelle fotografie di tanti anni di vita musicale?
E’ stato divertente e toccante al tempo stesso. Quando è giunto il momento di pensare all’impianto grafico, sono andato a Padova da Giulio Repetto della Greenrecords Press assieme a mio fratello Marco. Nel baule dell’auto avevamo due scatole colme di foto, volantini e pass di concerti. Ci siamo seduti al tavolo della cucina e abbiamo passato mezza giornata a cercare di individuare le foto più rappresentative e qualitativamente migliori da utilizzare per il testo. Per le mani ci siamo ritrovati immagini e ricordi sopiti in quasi 40 anni di storia di Eversor e Miles. E’ stata una giornata particolare piena di sorrisi e sensazioni positive e nonostante le sventure da cui siamo stati travolti di recente ho sempre avuto un senso di forte gratitudine verso tutto ciò che abbiamo vissuto.

Nel libro ci sono tanti nomi, tanti amici, tante persone che hanno gravitato nel mondo Eversor e Miles Apart, eppure due devo dire sono spesso ricorrenti, parlo di Paul Chain e Giulio Repetto. Posso dire che forse loro, più di tutti, possono quasi essere considerati (a modo loro e per meriti diversi) quasi “membri aggiunti”? Che ne pensi?
Sì certo. Sono 2 figure completamente diverse ma al contempo estremamente importanti nella storia degli Eversor. Paul Chain durante la nostra fase iniziale ha avuto un ruolo fondamentale. Al di là del fatto che ne eravamo completamente affascinati (sia gli album solisti di Paolo, sia quelli dei Death SS giravano da tempo sul giradischi di casa) Paolo è riuscito a darci una parvenza di gruppo. Ci ha dispensato consigli su ogni aspetto, dai livelli dei potenziometri (che peraltro ho usato fino all’ultimo nostro concerto), al tipo di testata da usare o al tipo di distorsione più adeguata alla chitarra che usavo. Inoltre è sempre stato molto generoso: da lui ho avuto in regalo diversi corpi di chitarre che poi andavamo a far sistemare, magari con l’aggiunta di pick up e quant’altro, da un liutaio di Pesaro. A Giulio dobbiamo tantissimo perché ha sempre creduto in noi, ci ha dato tutto il supporto di cui avevamo bisogno, stampandoci dischi, promuovendoli con dedizione e accompagnandoci in tour sia in Europa che in Giappone. Senza di loro non avremmo goduto delle varie opportunità che ci sono state concesse in questi anni.

Mi sono veramente emozionato a leggere le vicissitudini vissute on the road: la storia del traghetto nel mare agitato verso l’Inghilterra o Giulio che rischia grosso per le foto a un pub ad esempio mi hanno molto colpito. Eppure sembra sempre che quando parli delle trasferte in Giappone lo stai facendo con gli occhi che brillano e con il cuore che va un po’ più veloce, sbaglio?
E’ vero, le esperienze nel Sol Levante sono state tra le più importanti della nostra vita, specialmente il primo tour che risale al 1997 perché nessuno della nostra scena musicale era mai stato a suonarci e non sapevamo cosa aspettarci. Ciò che abbiamo vissuto in quel tour è andato ben oltre le nostre aspettative. Siamo stati accolti con garbo e gentilezza in un paese dagli usi e costumi davvero differenti dai nostri. I club dove suonavamo erano sempre affollati di ragazzi e ragazze entusiasti e sorridenti. Suonavamo con impianti professionali in locali di varia capienza ma sempre pieni. Inoltre è elettrizzante confrontarsi con una realtà a cui non sei abituato, a immagini di Tokyo o Osaka che vedi solo nei film e osservare stili di vita e abitudini molto diverse da quelle occidentali. Era un mondo differente e ne rimanemmo ammaliati.

Mi piace molto l’intervento di Giulio, nel finale del libro, quando dice che la vostra grandezza sta nel fatto di essere stati “normalmente straordinari“. Io la trovo una frase bellissima…
Ahahah è una bella frase ma che sicuramente ci sopravvaluta. Non abbiamo fatto nulla di straordinario se non vivere con sincerità e passione le nostre idee e la nostra musica. Abbiamo sempre cercato di anteporre gli affetti e i rapporti sociali ai guadagni o a qualche contratto effimero e forse è un attitudine che negli anni è stata percepita e apprezzata.

E insomma ci tocca davvero dire “grazie” a Dan e Ari dei Lifetime che ti hanno messo addosso l’ “ossessione Morrissey e Smiths“. Questa proprio non me la sarei mai aspettata…
Sono affezionatissimo a quell’episodio perché è stato davvero curioso e simpatico. Avevamo suonato assieme a Quadrare il Circolo, un club di Rimini molto frequentato negli anni 90. Non che avessi alcuna confidenza con i ragazzi dei Lifetime, ma al termine della serata li ho visti avvicinarsi per parlare di quanto il mio tono di voce gli ricordasse quello di Morrissey e giuro che siamo rimasti parecchio tempo a disquisire su questa cosa. Ora mi viene da sorridere ma ricordo che erano davvero insistenti. Come ho evidenziato nel libro, allora conoscevo in maniera del tutto superficiale qualche brano degli Smiths ed ero allo scuro della carriera solista del loro leader così promisi ai ragazzi che l’indomani sarei andato comprarmi l’ultimo album solista di Moz e così è stato.

Che bella la descrizione della serata al Two Days Of Struggle del 1996. Tu che tremavi come una foglia. Quelle sono veramente serate, momenti che ti cambiano la vita, no Lele?
Sì, la Two Days of Struggle del 96 per noi è stato uno dei concerti più emozionanti di sempre. Di sicuro ci ha permesso di farci conoscere da una importante fetta di pubblico che non aveva le idee chiare su chi eravamo e cosa suonassimo con esattezza. Per tanti non avevamo un’identità precisa. Eravamo gli Eversor che avevano inciso the “Cataclysm” qualche anno prima ma che di recente aveva fatto uscire “Friends”, album dalle sonorità completamente diverse, quindi era normale una certa diffidenza. Poi quando siamo saliti sul palco è cambiato tutto. Mi sono accorto che nei confronti di “Friends” c’era un forte attaccamento e che avevamo finalmente accorciato le distanze con quella che sarebbe diventata la scena punk hardcore più importante d’Italia.

Che roba la chiacchierata con Richie Birkenhead. Mi ha fatto proprio sorridere la frase “Gli faccio mille domande”. Probabilmente la stessa cosa che avrei fatto io, perché eravate certo musicisti ma nello stesso tempo eravate anche fan a appassionati e trovarsi davanti certe persone è impagabile per saziare una fame di curiosità che certo internet all’epoca non poteva soddisfare, vero Lele?
Richie era, e penso sia ancora, una persona fantastica. Molto umile e affabile come tutti i ragazzi degli Into Another del resto. Quella di Francoforte era la loro prima data del tour in Europa del 1992 e ricordo che il service di amplificatori che avevano noleggiato tardava ad arrivare, quindi il soundcheck l’avevano fatto con la nostra strumentazione e non finivano più di ringraziarci. Anche il giorno successivo a colazione ci siamo ritrovati nella cucina dello squat e abbiamo continuato a chiacchierare come fossimo vecchi amici. Quella fu la nostra prima esperienza all’estero a ci sentimmo così gratificati da quella giornata che sentimmo l’esigenza di tornate oltralpe il prima possibile.

Comunque Mephisto, il gatto mummificato, sappi che mi aspetto di sognarlo una di queste notti ahahaha…
Mephisto è solo una delle tante curiosità di casa Paul Chain. Non nego che la prima volta faccia un certo effetto. Poi ci si abitua e ogni volta che entravi in casa correvi a cercarlo con gli occhi con un misto di affetto e repulsione al tempo stesso ahaha…

Ti capita ancora di ascoltare i dischi di Eversor e Miles Apart?
In genere no, però durante la stesura del libro ho ascoltato più volte gli album degli Eversor e dei Miles. Avevo bisogno di rispolverare alcuni testi, di riascoltare alcuni arrangiamenti e di visualizzare immagini e momenti passati in studio durante le fasi creative e d’incisione dei vari brani. Mi è servito molto. Ho ascoltato tanto anche i dischi di molte band con cui abbiamo condiviso il palco in Italia e all’estero. E’ stato emozionante perché sono riaffiorate memorie sopite anni; sensazioni indispensabili che ho cercato di riversare sulle pagine del libro.

Grazie mille ancora Lele. Ovviamente la chiusura della nostra chiacchierata non può che coinvolgere il buon Marco, da cui tutto è partito. Leggevo e avevo la pelle d’oca per quel 31 luglio a Bologna…era come se tu e Marco aveste fatto contemporaneamente lo stesso sogno, un sogno che, dopo tanti anni vi aveva portato lì, ancora insieme. Ci sono fratelli ribelli nel mondo della musica, fratelli che se ne dicono di tutti i colori o che non si parlano più per anni, ma leggendo il libro invece voi avete sempre mantenuto grande armonia e complicità. Forse è stato questo “il segreto” per mantenere “vivo” quel sogno?
Esatto Ricky. Credo che questa armonia sia stata alla base della nostra longevità. Non solo tra me e Marco ma anche con Valentino e Luca, rispettivamente batteristi degli Eversor e dei Miles. Abbiamo sempre cercato di venirci incontro senza essere troppo difficili e spigolosi. Non che sia stato facile ma ha sempre prevalso il desiderio di portare avanti ciò che avevamo creato, che ci ha sempre fatto star bene e che ci ha accompagnato per gran parte della nostra vita.

Per chi volesse una copia del libro il consiglio è rivolgersi a Roberto Hellnation o Giulio Repetto (QUI il link della sua Bioenergy, che produce alimenti biologici vegetali).




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