Lazio

“I medici sono spariti e…”. Quando è precipitato tutto – Il Tempo


Foto: Ansa

Ignazio Riccio

“Ho capito che qualcosa era andato storto quando i medici sono spariti”. Sono parole cariche di dolore e amarezza quelle di Antonio Caliendo, 39 anni, padre di Domenico, il bambino morto dopo un trapianto di cuore effettuato all’ospedale Monaldi di Napoli. La vicenda, segnata da errori medici e da gravi mancanze nella gestione del trapianto, ha scosso l’opinione pubblica e ha portato all’apertura di un’inchiesta penale che coinvolge diversi professionisti della struttura. Intervistato dal “Corriere della Sera”, Caliendo parla per la prima volta dopo mesi di silenzio. “Non volevo apparire davanti alle telecamere, la mia rabbia era troppo grande”, spiega al quotidiano di via Solferino. La moglie Patrizia, infatti, ha sempre cercato di tenerlo lontano dai giornalisti per evitare che esplodesse in pubblico. Secondo il racconto di Antonio, la consapevolezza che le cose fossero precipitate arrivò subito dopo Capodanno. “I medici sparirono. Nessuno venne più a dirci nulla. Capimmo che la situazione era compromessa, ma ancora non lo sapevamo”.

 

 

Quello che doveva essere un periodo di speranza e di attesa per il nuovo cuore si trasformò in una lunga angoscia, aggravata dai ritardi e dalle incertezze della gestione medica. La vicenda familiare di Antonio inizia con una doppia tragedia: il 22 dicembre 2025, infatti, morì suo padre, e poche ore dopo la famiglia scoprì che Domenico era gravemente malato. Il bambino soffriva di cardiomiopatia dilatativa, una malattia del cuore che compromette la capacità di pompare il sangue. “In sole 24 ore mi cadde il mondo addosso”, racconta. Nonostante il dolore, i genitori si affidarono completamente ai medici del Monaldi. “Non voglio generalizzare: ci sono professionisti eccezionali, medici e infermieri che ci hanno sempre supportato e che ci hanno abbracciato fino alla fine”, precisa Caliendo. Un momento chiave della vicenda riguarda il cuore donato trovato a Bolzano. “La sera del 22 dicembre tornammo al Monaldi perché era stato trovato un cuore compatibile per Domenico”, continua Antonio. “Ci ritrovammo vicino al distributore di bibite, io, mio figlio e l’amico Lello. Sentii qualcosa di strano dentro di me. Pensai: ‘Me lo porto a casa mio figlio!’”. Lello cercò di rassicurarlo: “Da domani comincia una nuova vita per lui”. Ma Antonio, nel suo dolore, non riusciva a distogliere lo sguardo dai ricordi felici con il figlio: i giochi sul lettone di casa, le risate, i momenti spensierati. Antonio ricorda Domenico come un bambino “vivace, sveglissimo, intelligente”. Descrive i gesti quotidiani che ormai appartengono ai ricordi più cari: il saluto del mattino, l’attesa del ritorno del padre dal lavoro, il correre al balcone per chiamarlo. “Ogni giorno era pieno di vita”, dice Antonio, tra lacrime e sorrisi, ricordando anche i piccoli dettagli che rendevano unico suo figlio.

 

 

In memoria del figlio, Antonio e l’avvocato Francesco Petruzzi stanno avviando la creazione di una fondazione dedicata ai bambini malati. “I bambini sono innocenti, non hanno colpe”, afferma il padre. “Non è giusto che muoiano come è successo a Domenico”. Nel raccontare il rapporto con la moglie Patrizia, Antonio sottolinea la forza della donna. “Patrizia è piccolina, io invece sono grande, ma il gigante è lei. Senza di lei oggi non sarei qui”. Nei momenti finali insieme al figlio, sabato mattina, Antonio gli ha detto: “Figlio mio, mi mancherai, ma io sono come te, un combattente. E avrai giustizia”. Parole che racchiudono dolore, speranza e la promessa di non lasciar cadere nel silenzio la vicenda di Domenico. La magistratura ha aperto un’indagine sul caso, concentrandosi sui passaggi critici del trapianto e sulle possibili responsabilità del personale medico. Parallelamente, il ministero della Salute ha inviato ispettori anche all’ospedale di Bolzano, per verificare eventuali errori nella gestione della donazione e del trasporto dell’organo. La famiglia Caliendo spera che la giustizia faccia chiarezza. “Non voglio vedere il professor Oppido”, dice Antonio, riferendosi al responsabile del reparto. “Sarà la magistratura a stabilire le responsabilità, io non voglio incontrarlo”.




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