Friuli Venezia Giulia

I due Capodanni di Trieste, la notte delle due città VIDEO

01.01.2025 – 17.15 – Trieste, allo scoccare della mezzanotte, si è fatta trovare puntuale. Puntuale nel festeggiare e, soprattutto, puntuale nel smentirsi. Come ogni anno. Da una parte la città ufficiale, quella che ama fotografarsi bene: piazza Unità d’Italia piena, ordinata, illuminata a festa. Musica, conto alla rovescia, fuochi sul golfo. Tutto come da programma. Un meccanismo complesso che ha funzionato: la macchina della sicurezza, coordinata dalla Questura, le ordinanze comunali, i controlli agli accessi, il presidio delle forze dell’ordine e del personale di sicurezza. Un Capodanno gestito, regolato, sorvegliato. La dimostrazione che, quando vuole, la città sa essere efficiente e responsabile. Poi c’è l’altra Trieste. Quella che non compare nei dépliant, ma riempie i rapporti delle forze dell’ordine. È la Trieste delle sirene, delle lamiere accartocciate, delle strade chiuse. In viale Miramare un’auto si schianta, distrugge una porta finestra. A bordo quattro ragazzi, uno maggiorenne e tre minorenni, feriti ed estratti vivi dall’abitacolo dai vigili del fuoco. Non è un dettaglio. Perché i dettagli, in certe notti, sono l’unica cosa che distingue la cronaca dalla retorica. Sempre nella notte, in pieno centro, un’ambulanza si ribalta in via Carducci. Il mezzo di soccorso che finisce per aver bisogno di soccorso. Un’immagine che basterebbe da sola a spiegare il cortocircuito di San Silvestro.

E siccome ogni contraddizione pretende il suo contorno, arrivano anche gli incendi. O, come li definiscono con prudenza i comunicati ufficiali, i “principi di incendio”. Cestini, aiuole, cortili, spazi condominiali. Fuochi accesi dove non dovrebbero esserlo, botti fatti esplodere fuori orario, nonostante divieti, ordinanze e raccomandazioni ripetute per giorni. Tutto regolarmente ignorato. Perché il buon senso, a Trieste, è una virtù molto evocata e raramente praticata, soprattutto quando si scontra con la convinzione che le regole valgano sempre per qualcun altro. Il risultato è una città che riesce a essere impeccabile sul palco e irresponsabile dietro le quinte. Capace di far funzionare alla perfezione la macchina pubblica in piazza, ma incapace di impedire che, a poche centinaia di metri, la notte si trasformi in una sequenza di interventi d’emergenza. Una schizofrenia che non nasce a Capodanno e non finisce con l’ultimo botto.

Trieste ama definirsi matura, prudente, mitteleuropea. Poi accelera, accende, esplode. Predica moderazione e pratica l’eccesso minimo indispensabile per riempire verbali e rapporti di servizio. Chiede controlli e poi li considera un fastidio. Invoca il decoro e tollera il caos, purché duri una notte. Alla fine restano le immagini: la piazza piena e ordinata, frutto di un’organizzazione che ha retto; le strade chiuse e silenziose; le luci sul mare e il fumo negli angoli della città; i brindisi e le barelle. Due Capodanni vissuti insieme, senza mai incontrarsi. Ed è forse questo il rito più autentico: festeggiare da una parte e riparare i danni dall’altra, convincendosi, il giorno dopo, che in fondo è andata anche bene.

[f.v.]




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