Cultura

I Beatles visti dagli altri – Le cover del periodo 1967/1970

Dopo aver ripercorso la prima fase della carriera dei Fab Four con il cofanetto “We Can Work Out Work It Out”, la Strawberry – una delle molte “succursali” della Cherry Red Records – torna a esplorare il vasto canzoniere dei Beatles con “With A Little Help From My Friends – Covers Of The Beatles 1967-1970″. Si tratta di un triplo CD che raccoglie reinterpretazioni dei brani pubblicati tra il 1967 e il 1970, periodo d’oro della band (anche se, va detto, il biennio 1965/1966 non fu certo da meno).

Le cover incluse risalgono in gran parte agli stessi anni delle uscite originali o ai primi tempi successivi allo scioglimento del gruppo, conferendo alla raccolta un carattere profondamente vintage, perfettamente in linea con il materiale di partenza. La scaletta, curata con grande attenzione da Russell Beecher e John Reed, segue l’ordine cronologico dei dischi dei Beatles: si apre con i brani di “Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band” (1967) e si chiude con il testamento artistico “Let It Be” (1970), includendo anche i singoli pubblicati parallelamente agli album.

Il tentativo di “ricostruire” le tracklist originali – fatta eccezione per i pochi brani mai coverizzati o non disponibili per ragioni di diritti – permette di immergersi in un lungo viaggio d’ascolto che va ben oltre l’omaggio. È un documento prezioso, una prova concreta della forza d’impatto dei Beatles su artisti diversissimi per genere, sensibilità, nazionalità e notorietà, già quando la band era ancora in piena attività.

Naturalmente, non tutti i pezzi brillano allo stesso modo: molte versioni si limitano a riproporre l’originale con poche o pochissime varianti. Le tracce più affascinanti sono invece quelle che, pur partendo dal modello beatlesiano, ne esplorano nuove direzioni senza tradirne l’essenza. Come prevedibile, la maggior parte delle sorprese arriva dai deep cuts, i brani meno noti al grande pubblico. In particolare quelli provenienti da dischi innovativi e rivoluzionari come il White Album e “Abbey Road”, che qui rivelano sfumature inattese.

Di seguito le dieci cover più “particolari” che meritano davvero l’ascolto – nella speranza di farvi venire voglia di scoprire questo prezioso oggetto da collezione, imperdibile per ogni maniaco dei Beatles.

THE SOULFUL STRINGS
Within You Without You

I Soulful Strings, un gruppo soul jazz originario di Chicago, registrò nel 1967 questa bella versione strumentale del brano di George Harrison, rendendolo ancor più orientaleggiante e psichedelico.

LORD SITAR
I Am The Walrus

Nel 1968 il chitarrista inglese Big Jim Sullivan registrò questa versione strumentale di “I Am The Walrus” nella quale la linea melodica originariamente interpretata da John Lennon viene riletta da un sitar e da un organo. Il risultato è un trip psichedelico più vicino al jazz che al pop.

CAL TJADER
Lady Madonna

Un altro brano dei Beatles rivisto in chiave jazz strumentale dal vibrafonista statunitense Cal Tjader. Il pezzo, registrato nel 1969, parte in linea con l’originale per poi trasformarsi in qualcosa di molto diverso, decisamente più libero, con solos di organo e vibrafono.

HEAD SHOP
Revolution

Una versione acidissima, psichedelica e “fuzzettosa” di uno dei brani più rock in assoluto dei Beatles. Fu registrata nel 1969 dagli statunitensi Head Shop, autori di un unico album uscito nello stesso anno.

ARIF MARDIN
Glass Onion

Arif Mardin, produttore turco che fece fortuna grazie a Quincy Jones e al suo connazionale Nesuhi Ertegun (fratello di Ahmet, fondatore della Atlantic Records), registrò nel 1969 questa versione rock strumentale di un grandissimo classico firmato da John Lennon. Il pezzo, trainato da una chitarra elettrica particolarmente “ruggente”, culmina in un crescendo di grande impatto assente nella versione originale.

BOBBY BRYANT
Happiness Is A Warm Gun

Uno dei brani più complessi e stratificati nella carriera dei Beatles, frutto del genio di John Lennon, reinterpretato in chiave jazz dal trombettista americano Bobby Bryant. L’originale è un’altra cosa, ma anche questa raffinatissima versione strumentale ha il suo perché.

RAMSEY LEWIS
Julia

Il pianista Ramsey Lewis riprese le melodie della struggente ballad acustica di John Lennon per reinterpretarle a suo modo in questa elegante e chiccosissima versione jazz strumentale, con tanto di inserti orchestrali a rendere il tutto più prezioso e sfavillante.

HARRY J ALL STARS
Don’t Let Me Down

Pubblicata nel 1969, stesso anno di uscita del brano originale dei Beatles. Al posto della voce di John Lennon troviamo uno scoppiettante organo, “colonna” melodica di questa spensieratissima versione strumentale in salsa reggae a opera del produttore giamaicano Harry Johnson.

GEORGE BENSON
Here Comes The Sun / I Want You (She’s So Heavy)

Appena un anno dopo l’uscita di “Abbey Road”, il celebre chitarrista jazz George Benson ne registrò una sua personalissima versione intitolata “The Other Side of Abbey Road”. Un’importante opera di reinterpretazione quella operata dal musicista americano, come ben ci dimostra questo lunghissimo medley che include una delicatissima “Here Comes The Sun” e una “I Want You” più in linea con l’originale, sempre vicina al blues rock ma “spogliata” della straordinaria coda proto-metal.

AMEN CORNER
Get Back

Questa bella rilettura funkeggiante di “Get Back”, decisamente creativa e poco in linea con l’originale, fu l’ultimo singolo in assoluto pubblicato dagli Amen Corner nel 1969. L’anno precedente la band gallese aveva raggiunto i vertici delle classifiche UK con un’altra cover: “(If Paradise Is) Half as Nice”, versione inglese de “Il paradiso” di Patty Pravo (canzone scritta da Lucio Battisti e Mogol).


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