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I bambini più dotati? A volte vanno male a scuola, ecco perché

Nell’immaginario collettivo il bambino comunemente definito “molto intelligente” è destinato al successo scolastico. Voti alti, percorsi lineari e una carriera prevedibile sono le aspettative, eppure la realtà, raccontata da insegnanti, psicologi e famiglie, è spesso diversa. Esistono bambini con capacità cognitive superiori alla media — memoria eccezionale, pensiero rapido, creatività spiccata — che faticano a scuola, accumulano insufficienze, si disinteressano alle lezioni o vengono etichettati come svogliati, problematici, persino “difficili”.

È un paradosso che investe il sistema educativo e la società nel suo insieme: come è possibile che bambini più dotati degli altri vadano peggio a scuola? La risposta non è semplice, ma coinvolge diversi fattori: psicologici, relazionali, culturali e strutturali.

Chi sono i bambini ad alto potenziale cognitivo

In ambito scientifico si parla di gifted children o di bambini con alto potenziale cognitivo (APC) quando, secondo molte definizioni, tra cui quelle dell’American Psychological Association, ci si trova davanti a bambini che mostrano capacità cognitive significativamente superiori alla media, spesso con un quoziente intellettivo superiore a 130, ma non solo.

La dotazione può riguardare:

  • memoria straordinaria
  • rapidità di apprendimento
  • capacità di collegare concetti complessi
  • pensiero astratto precoce
  • forte curiosità intellettuale
  • sensibilità emotiva intensa

Non si tratta, quindi, banalmente solo di “bambini bravi in matematica”, ma di profili complessi, spesso disomogenei. Ed è proprio questa complessità che può diventare un ostacolo nel contesto scolastico tradizionale.

Quando la scuola diventa una gabbia

Uno dei motivi principali per cui i bambini più dotati possono andare male a scuola è la noia cognitiva. Il sistema scolastico, soprattutto nei primi anni, è costruito per una progressione graduale e standardizzata. Per un bambino che apprende molto rapidamente, questo ritmo può risultare frustrante.

Ripetere esercizi già compresi, ascoltare spiegazioni lente, attendere che il resto della classe “arrivi” allo stesso punto può generare disinteresse. La noia, se protratta nel tempo, si trasforma spesso in:

  • distrazione
  • comportamenti oppositivi
  • disimpegno
  • rifiuto della scuola

Alcuni studi, tra cui ricerche condotte dall’Università di Cambridge e citate in ambito pedagogico europeo, mostrano come la mancanza di stimoli adeguati sia una delle principali cause di underachievement, ovvero di rendimento scolastico inferiore al potenziale reale.

Il falso mito del “tanto è intelligente, ce la farà da solo”

Un errore diffuso è pensare che i bambini molto dotati non abbiano bisogno di supporto. Al contrario, più il potenziale è alto, più è delicato. Senza una guida adeguata, il talento può trasformarsi in frustrazione.

Molti insegnanti, in classi numerose e con programmi rigidi, non hanno gli strumenti, le possibilità o la formazione specifica per riconoscere, seguire e valorizzare l’alto potenziale. Il risultato è che questi bambini non vengono intercettati, oppure vengono interpretati come “svogliati” se non, addirittura, “poco rispettosi delle regole”.

Il messaggio implicito che ricevono è pericoloso: non vale la pena impegnarsi. Col tempo, alcuni smettono di studiare e possono sviluppare un senso di sfiducia alimentando un rapporto conflittuale con l’autorità scolastica e interiorizzando un’immagine negativa degli altri o di sé.

Il peso dell’isolamento e del bullismo

C’è poi un’altra dimensione sociale spesso sottovalutata. Essere “diversi” può avere un costo. I bambini più dotati possono utilizzare un linguaggio più ricco, avere interessi insoliti per la loro età, porre domande considerate strane o “da grandi”, sembrare “saccenti” o “cocchi della maestra”. Questo li espone al rischio di esclusione dal gruppo sociale di riferimento.

In alcuni casi diventano bersaglio di prese in giro o bullismo. Secondo ricerche pubblicate su riviste come Gifted Child Quarterly, i bambini ad alto potenziale possono essere percepiti come “saputelli” o minacciosi dai coetanei, soprattutto in contesti che non valorizzano la diversità cognitiva.

Per proteggersi, alcuni adottano una strategia di mimetizzazione: si sforzano di sembrare meno intelligenti, partecipano meno, nascondono le proprie capacità, fingono di essere “meno intelligenti”. È un meccanismo di adattamento sociale che però ha un prezzo altissimo: l’autosvalutazione che attacca l’immagine di sé.

Quando l’intelligenza diventa un problema emotivo

Molti bambini dotati mostrano una forte intensità emotiva. Vivono tutte le esperienze in modo amplificato con molti riflessi: sono molto sensibili alle ingiustizie, al giudizio, al fallimento. Questa caratteristica, descritta dallo psicologo Kazimierz Dabrowski con il concetto di “ipersensibilità”, può rendere l’ambiente scolastico particolarmente stressante.

Un errore, un brutto voto, una critica possono essere vissuti come fallimenti personali. Alcuni sviluppano ansia da prestazione, altri evitano di mettersi alla prova per paura di fallire. In questo modo, il rendimento scolastico ne risente.

Non è raro che dietro a un bambino brillante ma “in difficoltà” si nascondano:

  • ansia
  • perfezionismo paralizzante
  • bassa autostima
  • senso di inadeguatezza

Il “genio incompreso” nella cultura popolare

La cultura popolare ha spesso raccontato questa contraddizione. Film, serie TV e romanzi sono pieni di personaggi geniali ma disadattati: studenti brillanti che odiano la scuola, menti eccezionali incapaci di inserirsi nel sistema. Da “Will Hunting – Genio ribelle” fino a molte narrazioni contemporanee, emerge un messaggio ricorrente: l’intelligenza non garantisce il successo, soprattutto in strutture rigide, anzi a volte rendono difficile l’accettazione. Queste storie, seppur romanzate, intercettano un sentimento diffuso e reale.

Nella società attuale, che valorizza performance, standard e risultati misurabili, chi esce dalla norma — anche verso l’alto — rischia di trovare poco spazio.

Il ruolo della famiglia: tra aspettative e incomprensioni

Anche la famiglia può, inconsapevolmente, contribuire al problema. Aspettative elevate, pressione sul rendimento o, al contrario, minimizzazione delle difficoltà (“sei intelligente, non fare drammi”) possono aumentare il disagio.

Molti genitori scoprono tardi che il cattivo rendimento non è sinonimo di scarsa capacità, ma di disallineamento tra bambino e contesto. Senza una lettura corretta, il rischio è di intervenire solo sul comportamento, senza affrontare le cause profonde.

Cosa dicono le ricerche e le istituzioni

L’OCSE, in diversi report sull’educazione inclusiva, sottolinea come i sistemi scolastici debbano occuparsi non solo degli studenti in difficoltà, ma anche di quelli ad alto potenziale. L’assenza di programmi di arricchimento, flessibilità didattica e riconoscimento del talento porta a una dispersione invisibile.

In Italia, il tema è ancora poco strutturato, anche se cresce l’attenzione da parte di psicologi scolastici e associazioni. La ricerca educativa concorda su un punto: il fallimento scolastico dei bambini dotati non è un problema individuale, ma sistemico.

Verso una scuola che non sprechi talento

Affrontare il problema significa ripensare la scuola come ambiente capace di accogliere differenze, anche cognitive prevedendo strategie come:

  • didattica differenziata
  • arricchimento curricolare
  • progetti personalizzati
  • attenzione al benessere emotivo
    possono fare la differenza.

Ma serve anche un cambiamento culturale: riconoscere che l’intelligenza non è sempre lineare, che il talento può soffrire, che il successo scolastico non è l’unico indicatore di valore.

Alla fine: andare male è un segnale, non un fallimento

Quando un bambino molto dotato va male a scuola, non sta “sprecando” il suo talento. Sta comunicando un disagio. Ascoltare quel segnale è una responsabilità collettiva che coinvolge scuola, famiglia e società. In un’epoca che parla tanto di meritocrazia, il vero merito è creare contesti in cui ogni potenziale possa fiorire, senza essere costretto a nascondersi o debba “soffrire” per questa sua condizione.


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