Ho riflettuto su come affrontare in classe i fatti di La Spezia: con autenticità parlerò di limiti
di Dafni Ruscetta
Da insegnante mi interrogo sull’ennesimo episodio di violenza tra i giovani, questa volta forse più allarmante in quanto agito all’interno del contesto scolastico istituzionale. Provo a ragionare in quali termini porre la questione agli studenti nei prossimi giorni, quando inevitabilmente se ne parlerà in classe. Ho imparato in questi anni che l’autenticità può essere la modalità più efficace di relazione con loro su questi temi, perché forse non esistono schemi preconfezionati sull’educazione alla vita.
La riflessione è anzitutto su un’epoca storica avara di profondità umana, in cui ignoriamo i nostri stessi limiti, tanto in adolescenza come in età adulta. La società dell’edonismo continuo – purtroppo solo per chi vive da questa parte del mondo – ci ha fatto perdere di vista la nostra vera natura di esseri viventi, che è ‘finita’, perché l’ordine universale è più grande di noi. Anzitutto dovremmo educare i ragazzi a questa finitezza, dovremmo insegnargli che accettare il limite è una costante dell’esistenza. Sul tempio di Apollo a Delfi stava scritto “Nulla di troppo”, un invito alla temperanza, a evitare ogni forma di eccesso. L’importanza del giusto equilibrio – dello “sfiorare che si trattiene dall’afferrare”, cioè la consapevolezza del confine tra desiderio e rispetto – non solo nel comportamento ma anche nelle parole, come principio di armonia.
È proprio l’assenza di limiti a generare presunzione, arroganza, confusione, con il rischio – sempre più evidente – di perdersi, di affondare nel naufragio esistenziale, di attivare quella sofferenza psicologica che spesso sfocia in violenza reale. Il non rendersi conto dei confini ci fa vivere nell’esaltazione dell’onnipotenza, del poter desiderare ogni cosa. Gli stimoli offerti dalle nuove tecnologie della rivoluzione digitale degli ultimi anni offrono perlopiù modelli culturali che contribuiscono a questa visione, generando nei giovani quel desiderio illimitato e quell’attrazione verso ‘eroi’ inadeguati, riducendo il senso di responsabilità individuale. Eppure non è tanto alla soppressione del desiderio che occorrerebbe tendere, quanto alla sua moderazione.
Il modo in cui i ragazzi intendono il limite impone una analisi urgente, ma soprattutto una concreta azione culturale di lungo termine per ridare loro consapevolezza, perché sul tempio di Delfi stava anche scritto “Conosci te stesso”. È soltanto conoscendo noi stessi che possiamo vedere gli altri.
Ma dobbiamo essere onesti: la preoccupante situazione attuale è anche il prodotto di chi ha contribuito a costruire quel contesto. Non è necessariamente una semplificazione affermare che le nuove generazioni siano cresciute in una condizione di iperprotezione, spesso segnata da una carenza di regole e di confini chiari. È dunque responsabilità di noi adulti offrire nuovi modelli di identificazione, soprattutto attraverso relazioni più intime con i nostri adolescenti, senza alcun timore di discutere apertamente con loro di rabbia, tristezza, frustrazione, gioia. Le famiglie e gli educatori in generale dovrebbero tornare ad ascoltare profondamente i giovani, perché è ciò che loro desiderano davvero: adulti autorevoli di riferimento. Chi ha mai provato ad affrontare questi argomenti in una classe sa che i ragazzi partecipano intensamente, perché sentono il bisogno di parlare di temi che riguardano la loro vita. Hanno necessità di saper comprendere e gestire le emozioni, per avere un contatto più profondo con le dimensioni della propria umanità, per essere disposti ad affrontare con coraggio i momenti difficili e le paure.
Dicevamo che la nostra natura è finita, ma l’uomo deve pur tendere all’infinito, senza mai raggiungerlo, avvicinandosi a esso il più possibile, come aspirazione universale dell’essere umano. Educare al limite significa agire da ‘setaccio’, trattenendo ciò che è autentico, lasciando filtrare il superfluo, rendendo così possibile la comprensione della realtà e di ciò che è veramente sacro per l’esistenza.
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