Cultura

“Ho imparato a prendermi un giorno alla settimana per ascoltare musica”: The Divine Comedy in arrivo a Milano

Credit: Press

Di Riccardo Cavrioli e Antonio Paolo Zucchelli

The Divine Comedy non ha certo bisogno di presentazioni: il progetto del nordirlandese Neil Hannon, attivo sin dalla fine degli anni ’80, ha pubblicato lo scorso settembre, via Divine Comedy Records, il suo tredicesimo LP, “Rainy Sunday Afternoon“, che lo ha visto ritornare dopo ben sei anni dal suo ultimo lavoro. Il musicista chamber-pop originario di Enniskillen, insieme alla sua band, presenterà il suo nuovo disco anche in Italia con una data prevista per mercoledì 25 febbraio ai Magazzini Generali di Milano. Noi di Indieforbunnies.com abbiamo approfittato di questa occasione per scambiare due chiacchiere con Neil via Zoom e farci raccontare maggiori dettagli sul suo album più recente, per parlare della sua tappa italiana e tanto altro. Ecco cosa ci ha raccontato:

Ciao Neil, grazie per il tempo che stai spendendo insieme a noi. Prima di tutto, il tuo concerto a Milano sarà il 25, giusto? Quali sono le tue aspettative per il tuo live-show in Italia?
Oh, sarà fantastico. È il primo concerto del tour europeo e, sai, il primo e l’ultimo sono sempre speciali. A volte perché non hai ancora sistemato tutto. Ma questo lo rende ancora più speciale e più interessante per il pubblico, spero. Abbiamo finito da poco il tour nel Regno Unito suonando come degli dei, quindi speriamo di iniziare il tour europeo suonando ancora come degli dei. (ridiamo) Sì, penso di sì. Ne sono abbastanza sicuro. Almeno come dei semidei. (ridiamo)

“Rainy Sunday Afternoon” è uscito lo scorso settembre. Quali sono i tuoi pensieri sul disco ora?
Ieri ho fatto un paio di interviste per le prime date del tour. E mi ero praticamente dimenticato come suonasse. Quindi l’ho rimesso sul giradischi. L’ho ascoltato tutto. È davvero molto bello. È un album interessante. È un po’ più diretto dal punto di vista emotivo. Sai, molti dei miei altri dischi sono un po’ più, diciamo, mascherati, e parlano di altri personaggi. E in molti di essi c’è molto di me. Sono tutti me stesso. Ma forse sono un po’ mascherati e camuffati. Invece questo è un po’ più quello che provo.

Il tuo disco è stato registrato ad Abbey Road. Cosa significa per te lavorare in un posto così leggendario? Inoltre hai lavorato anche con un orchestra.
Prima di tutto Abbey Road è un posto straordinario ed è anche uno studio davvero ottimo. Siamo riusciti a registrare lì l’intero album perché avevo guadagnato un po’ di soldi con “Wonka” e altre cose del genere. Abbiamo prenotato del tempo in studio ad Abbey Road, che poi non è stato più costoso dell’album precedente. Abbiamo solo impiegato molto meno tempo. Abbiamo registrato quasi tutto dal vivo, come una band.

Parlando dell’atmosfera dell’album, è un disco piuttosto riflessivo e, come hai scritto nella nota stampa, contempla il passato e il presente guardando al futuro con una certa speranza. Quali sono le emozioni che hai provato mentre stavi scrivendo le canzoni di “Rainy Sunday Afternoon”?
C’è un po’ di dolore e di perdita, perché ho 55 anni e le persone continuano a morire. E anche i cani. La nostra cagnolina preferita, Molly, è morta. E sono stati sei mesi in cui non sapevo come comportarmi. Era strano. Penso che sia stato proprio perché queste cose erano così crude che mi sono ritrovato in grado di scriverne. Dovevo scriverne, mentre in passato non l’avrei mai fatto. Perché ero troppo… la parola giusta è represso. Sai, troppo chiuso, troppo anglo-irlandese protestante. (ridiamo) Non in contatto con le mie emozioni, capisci. Immagino sia per questo che in passato avevo bisogno di scrivere canzoni attraverso altri personaggi. Ma credo che questo periodo della mia vita fosse troppo importante e difficile da ignorare.

Parlando di “The Last Time I Saw The Old Man”, hai scritto di tuo papà che era affetto dal morbo di Alzheimer. È qualcosa di molto, molto personale e intimo, credo. Posso chiederti perché hai deciso di scriverne? È stata forse una sorta di terapia dopo aver perso tuo padre o qualcosa del genere?
Non ho mai creduto davvero che le canzoni o il cantare potessero essere una terapia. Ma penso che forse sia sempre stata la mia terapia. E non me ne sono mai reso conto. Avere un padre affetto da Alzheimer è stata praticamente la cosa peggiore che potesse capitare a me, ai miei fratelli e a mia madre. E non ho mai voluto sfruttarla per trarne un vantaggio personale, ma alla fine non ho potuto evitare di scriverne, perché era una parte troppo importante delle nostre vite.
Anche allora non volevo renderla sentimentale. Volevo solo descrivere in modo molto onesto com’era, capisci e lasciare che fosse la musica a trasmettere le emozioni.

Sì. Osservi e poi scrivi. Scrivi quello che vedi.
Esatto. Più è audace e onesto, meglio è.

Grazie mille. So cosa significa, perché anche una mia zia è morta di Alzheimer. Ha passato più di 25 anni seduta su una sedia tutto il giorno. Ora ho un cugino di 60 anni che ha una forma molto aggressiva di Alzheimer. Ed è molto, molto difficile da gestire.
È qualcosa di tremendo. E sai, nella maggior parte delle interviste che ho fatto per questo album, le persone mi hanno parlato di qualcuno vicino a loro, uno dei loro genitori, o uno zio o una zia, che soffre di questa malattia. Tutti hanno storie del genere. È come una malattia moderna. Ed è piuttosto difficile capire perché sta succedendo.

Ci sono molti studi in corso al momento, ma ancora non c’è una soluzione adeguata per le persone che ne soffrono.
Ho chiesto a mia moglie di colpirmi alla testa con una grossa pietra se mi dovesse succedere. Non mi dispiacerebbe perdere le gambe, come direbbe Cat Stevens. Non mi dispiacerebbe non potermi muovere. Ma se il mio cervello non dovesse funzionare più sarebbe terribile. Ne ho bisogno, è l’unica cosa di cui ho bisogno. E’ la cosa più importante che abbiamo. È quella cosa che ti rende te stesso.

“Achilles” è stato ispirato dalla poesia di Patrick Shaw Stewart, “Achilles in the Trench”, che parla della prima guerra mondiale. Puoi raccontarmi qualcosa di più su questa tua influenza?
L’ho scritta anni fa, più o meno in occasione del centenario della fine della prima guerra mondiale. I giornali ne parlavano molto e c’era un articolo su questa poesia. Mi interessava, quindi ho cercato la poesia e mi è piaciuta. Era più o meno il periodo in cui avevo compiuto 43 anni. Ero davvero infastidito e infelice perché stavo invecchiando, ma poi ho letto questa poesia e ho scoperto che Patrick era morto a 22 anni, dopo aver scritto alcune poesie ed essere andato in guerra e questo mi ha fatto sentire un ragazzino viziato e moderno. Così ho scritto la canzone: il primo verso è tipo Achille, poi il secondo verso è Patrick Shaw Stewart nei Dardanelli, che immagina se stesso come Achille e il terzo verso sono io che leggo la poesia. È come attraversare il tempo attraverso la canzone. Anche se la terza strofa è sopra l’assolo di chitarra alla fine, nel caso ve lo foste perso. (ride)

“Office Politics” è uscito nel 2019. Poi è arrivata la pandemia e molte altre cose. Nel 2020 hai anche pubblicato le versioni rimasterizzate della tua intera discografia. Poi hai realizzato un “Best Of” nel 2022 e inoltre, come mi hai detto pochi minuti fa, hai scritto la colonna sonora del film “Wonka”. Quindi, anche se non c’è stato nessun nuovo album di The Divine Comedy, sei stato molto impegnato durante questo periodo di tempo. Puoi raccontarci qualcosa di più su tutti questi progetti?
Ho trovato anche molto tempo per stare seduto a giocare con i videogiochi. Non ho lavorato tutto il tempo. (ridiamo) Siamo stati fortunati. Il tour di “Office Politics” è terminato nell’autunno del 2019 e poi, circa due mesi dopo, è scoppiata la pandemia. È stato un periodo strano. E’ stato un periodo terribile per il mondo. Personalmente, come alcuni dicono di aver vissuto bene la guerra, io ho passato un buon lockdown perché vivo in una bella casa in campagna. E potevamo portare a spasso i cani nel raggio di due chilometri e ricordo che era una bellissima primavera. Il tempo era splendido, quindi sono stato estremamente fortunato. Il lockdown mi ha dato molto tempo per organizzare il “Best Of” e il cofanetto delle ristampe. Mi sono seduto sul letto e ho scritto le note di copertina, cosa che mi ha richiesto molto tempo. Dovevo cercare di ricordare cosa era successo in passato. Non volevo ricordarlo, non volevo tornare indietro, ma non potevo andare avanti. Non potevo fare nulla, quindi dovevo guardare indietro. Era una sorta di sincronicità. Poi è arrivato Wonka e ho pensato: “Oh mio Dio, vogliono che scriva canzoni per un film di Hollywood”. Il che era straordinario. E’ stata una grande fortuna per me e mi è piaciuto scriverle perché adoro quel tipo di musical. Tipo quelli degli anni ’50 e ’60. Invece non mi piacciono i musical dopo il 1970. Dopo quella data sono tutti terribili. Con i soldi di “Wonka” abbiamo praticamente rifatto la nostra casa. Abbiamo ristrutturato questo vecchio posto e ho dovuto trasferirmi per circa un anno, il che è stato orribile. Credo che molte delle canzoni di questo album siano nate mentre ero costretto a stare altrove. E poi ho realizzato l’album ed eccoci qui. La storia è questa.

Parlando della canzone “Down The Rabbit Hole”: c’è molta emozione in essa, c’è pop, glam ed è piuttosto teatrale. In questa canzone sembri un attore che cambia facilmente la sua espressione, la sua maschera. Sei d’accordo?
Non lo so. Voglio dire, è divertente. Parla di persone che si perdono nel mondo di Internet e finiscono per impazzire per qualche teoria cospirativa. E penso che la musica, per me, suoni un po’ come Randy Newman che incontra Nick Cave. Forse con un po’ di Small Faces nel mezzo. È strana. È piuttosto breve e molto rabbiosa. E sì, ho in mente una persona in particolare. Era un mio amico, ma poi tutto è diventato strano e sbagliato. Ed è di questo che parla la canzone.

“Mar A Lago by The Sea” ricorda i Blue Nile in una versione esotica o qualcosa del genere. Ti piacciono i Blue Nile?
Adoro i Blue Nile. E ho iniziato ad apprezzarli solo circa cinque anni fa. Li ho scoperti molto tardi nella mia vita. Anche se non direi che “Mar A Lago” sia affatto come i Blue Nile. È più simile a una sorta di strano cabaret alla Brian Eno. Comunque i Blue Nile sono una band eccezionale. Non ricordo il nome del cantante (Paul Buchanan, ndr), ma l’ho incontrato a un evento che ho organizzato all’Albert Hall. Una specie di concerto tributo a Bowie. E’ una persona davvero simpatica. E ha una voce incredibile. Adoro il tipo di atmosfera glaciale che creavano con i sintetizzatori. Roba meravigliosa.

Tornando ai vostri live-show, ora avete più dischi. Penso che sia piuttosto difficile trovare una soluzione perfetta per la scaletta. Ci sono alcune canzoni che i fan vogliono sempre sentire. Ovviamente ci sono anche le nuove canzoni. Come scegliete le canzoni per il vostro set?
Con grande difficoltà. Diventa più difficile, come dici tu, ogni volta che facciamo un tour. Ci sono anche le nostre canzoni preferite, non solo quelle preferite dai fan. Forse non sono le stesse che vogliono i fan. A volte per fortuna coincidono. Ci sono molte canzoni che mi piacerebbe suonare, ma non abbiamo tempo. È sempre solo un compromesso. Si cerca di inserire quelle che, se non vengono suonate, causerebbero una rivolta. E devi suonare quelle. Vorrei suonare “A Lady of a Certain Age”, “Mutual Friend” e “Tonight We Fly”. Adoro quelle canzoni, sono fantastiche, ma vorrei sempre suonare anche molte canzoni del nuovo album perché sono davvero entusiasta di queste nuove canzoni. Ma per fortuna funzionano molto bene dal vivo, quindi va bene così. E poi vuoi suonare canzoni del repertorio precedente che si adattino al nuovo album dal punto di vista stilistico. E così all’improvviso due ore non bastano perché ho fatto troppi album. Dovrei davvero smettere. (ridiamo)

Posso chiederti come hai coinvolto tua figlia in “Invisible Thread”?
Lei ha una sua band. Canta professionalmente. In pratica avevo questa canzone e sapevo che c’era una linea di cori che non riuscivo a cantare. E doveva essere una voce femminile. Non riuscivo a pensare a una persona migliore per farlo, quindi le ho praticamente detto: “Vieni a cantare questa parte nel mio nuovo album”. Come un ordine. (ridiamo) E lei ha detto: “Va bene, d’accordo”. È venuta, l’ha fatto molto velocemente e molto bene. E non l’ho pagata. (ridiamo) Date un’occhiata ai Burglar, che è la sua band.

Parliamo sempre di musica, di emozioni e di tutto il resto, ma se ci guardiamo intorno, ci sono cose molto brutte, davvero brutte che stanno accadendo come l’odio, le guerre e tutto il resto che accade ogni giorno. La musica è una sorta di terapia contro il male, ma in questo momento le cose sono così terribili, così brutte, che anche la musica non funziona più per dimenticare per qualche istante tutta lo schifo che sta accadendo nel mondo. Cosa ne pensi? Pensi che la musica possa aiutare tutti?
È una domanda difficile. Non so se sia il sintomo o la cura. Ho iniziato a usare Spotify circa 8 o 9 anni fa. E’ stato bello vedere i credit su una canzone e poi, attraverso quella persona, arrivare ad altro materiale, andare avanti ed esplorare tanta musica. Poi ho iniziato ad ascoltare un podcast di politica americana, che mi interessa molto, poi uno sulla storia, un altro sul Manchester United. Recentemente mi sono accorto che non stavo più ascoltando musica e questo in parte è perché il mondo è folle e ogni mattina quando ti svegli vuoi sapere quale brutta cosa sta succedendo e che cosa ne pensano i tuoi amici dei podcast. Un mese fa sono tornato ad ascoltare musica come Booker T. & The M.G.’s, The Ventures e cose simili e alla fine della giornata ero molto più felice. Finalmente sono riuscito a rilassarmi e non stavo pensando a cosa stesse succedendo a Minneapolis, a Gaza o in Ucraina. Penso che sia bello essere coinvolti a livello politico, ma quando diventa troppo inizi a sentirti indifeso. Ho imparato a prendermi un giorno alla settimana per ascoltare musica.

Grazie mille Neil. Un’ultima domanda, puoi scegliere una tua canzone, nuova o vecchia, da usare come soundtrack di questa nostra intervista?
Le canzoni che preferisco sono quelle dove non canto perché é difficile ascoltare me stesso mentre cerco di rimanere in sintonia. Tutto quello che ho provato negli ultimi anni lo puoi trovare in “Can’t Let Go”, la penultima traccia del nuovo disco.

Bene, grazie mille, Neil. Spero di vederti presto.
Grazie a te, Antonio.


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