ho immaginato cosa direbbe oggi papa Francesco
Di fronte all’invasione dell’Ucraina e al crollo generale dell’ordine internazionale che ne è seguito, i vertici della Chiesa e del clero hanno spesso invitato i governanti al “non riarmo” unilaterale. Ma i governanti cattolici, infastiditi, respingono ed ignorano sistematicamente tali inviti. L’assenza di un messaggio univoco smentisce la vocazione della Chiesa ad essere ‘sale della terra’ e guida morale dell’Umanità. C’è bisogno di un confronto interno, pacato e franco. In questo articolo, e nei successivi, provo a immaginarne i termini, proponendo prese di posizione – spesso immaginarie, di cui sono l’unico responsabile – di eminenti esponenti del cristianesimo. A cominciare da papa Francesco.
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Cari fratelli e sorelle,
leggendo queste pagine sulla Chiesa e la guerra, sento anzitutto il dolore per una “scelta tragica” che continua a tormentare il cuore dei credenti e dei responsabili delle nazioni. Il testo analizza con lucidità la tensione tra quella che viene definita “purezza morale” e “responsabilità storica”. Ma io vi dico che oggi, nel tempo di una “terza guerra mondiale a pezzi”, queste categorie rischiano di restare imprigionate in una logica mondana che non ci permette di vedere l’orizzonte di Dio.
Il documento richiama giustamente la “lezione del 1939”. È vero: non si può essere equidistanti tra chi aggredisce e chi è aggredito. La Santa Sede ha imparato che nominare l’ingiustizia non è un atto politico, ma un dovere di carità verso chi soffre. Tuttavia, la nostra distinzione tra vittima e carnefice non deve mai servire a giustificare l’odio o a chiudere la porta al dialogo. Anche quando riconosciamo il diritto alla difesa, non dobbiamo mai dimenticare che ogni arma prodotta è una sottrazione di pane ai poveri, un insulto alla creazione.
Il testo cita le mie parole del marzo 2022, quando definii “pazzia” l’obiettivo di aumentare la spesa militare al 2% del PIL. Qualcuno potrebbe chiamare questo “pacifismo radicale” o “morale della purezza”. Io preferisco chiamarla realismo evangelico. È realistico pensare che più armi porteranno più pace? La storia ci insegna che la corsa agli armamenti, anziché proteggere l’ordine, alimenta il sospetto e prepara il terreno per nuovi massacri. La vera responsabilità non è prepararsi alla guerra, ma preparare le condizioni perché la guerra diventi impensabile.
Si parla qui di tranquillitas ordinis, citando Sant’Agostino. Ma attenzione a non confondere l’ordine con il silenzio dei cimiteri o con una pace imposta dalla forza. Una pace che nasce solo dalla vittoria militare è una pace zoppa, perché porta in sé i semi della vendetta. La giustizia di cui parla il Vangelo non è quella che si ottiene distruggendo il nemico, ma quella che trasforma il nemico in fratello. Come ho scritto nella Fratelli Tutti, oggi è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Nell’era delle armi chimiche, biologiche e nucleari, non esiste più una guerra che possa essere “proporzionata” o che non colpisca indiscriminatamente i civili.
L’analisi tocca un punto delicato: il “male minore” e la responsabilità del laicato. Comprendo il dilemma di chi deve scegliere se armare un aggredito per evitare un genocidio. È una responsabilità tragica, sì. Ma la Chiesa non può limitarsi a benedire questa tragedia. Il nostro compito è gridare che la guerra è sempre una sconfitta, per tutti. Se accettiamo la logica del “male minore” come unica via, smettiamo di essere sale della terra e diventiamo polvere tra gli ingranaggi del potere. Il laicato non è chiamato solo a gestire le realtà temporali con realismo, ma a trasformarle con la profezia.
Il documento menziona anche il monopolio legittimo della forza da parte dello Stato. Certamente, lo Stato ha il dovere di proteggere i cittadini, ma questo non deve mai diventare un idolo. Oggi abbiamo bisogno di una vera autorità politica mondiale, come chiedeva già San Giovanni XXIII, che possa intervenire per fermare l’aggressore senza ricorrere alla logica della violenza infinita.
Infine, vorrei soffermarmi sull’interpretazione del comandamento lo tirtsach, “non ucciderai”. Non è solo un orizzonte futuro, un desiderio per il Regno dei cieli. È un imperativo che interpella il nostro oggi. Se lo releghiamo all’escatologia, svuotiamo il Vangelo della sua forza di rottura nella storia. La pace di Cristo non è un quietismo che attende la fine dei tempi, ma un’artigianalità quotidiana. È la capacità di spezzare la catena della violenza ora, nel tempo presente.
In conclusione, questo testo ci sfida a non fuggire dalla tragicità della storia. Ma la risposta cristiana alla tragedia non può essere un adattamento al male. Non esiste una “morale adulta” che rinuncia alla speranza della non-violenza. Essere fari, come dice l’ultima frase dell’analisi, significa indicare una rotta che altri non vedono: la rotta del disarmo integrale, del perdono e della fraternità universale. La pace non nasce dalla forza che ferma il male, ma dall’amore che lo vince.
Vi benedico, e vi chiedo, per favore: pregate per la pace e non stancatevi mai di essere artigiani di riconciliazione.
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