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Henry e i primi passi nella Juve: “Mi dissero che non ero pronto, vidi Tacchinardi vomitare” – Calcio


Morire, metaforicamente, per la propria squadra. Thierry Henry ha riassunto in questo modo la mentalità con cui la Juventus del 1999 si allenava e giocava le partite. L’ex attaccante francese, attualmente opinionista dell’emittente americana Cbs, ha raccontato nell’avvicinamento alla sfida di Champions con il Galatasaray un aneddoto dei suoi primi giorni in bianconero, quando sulla panchina della Vecchia Signora c’era Carlo Ancelotti. Un racconto che riassume la mentalità vincente di un gruppo e di una società abituata a imporsi.

Henry: “Mi dissero che non ero ancora pronto”

Appena arrivato al campo di allenamento, Henry rimase impressionato dalla quantità di campioni presenti ma anche dai metodi di allenamento: “Arrivai e c’erano giocatori del calibro di Del Piero, Inzaghi, Zidane, Deschamps e Di Livio – ha raccontato -. Al campo di allenamento stavano correndo e prima di un esercizio mi dissero di mettermi da parte, che non era ancora un esercizio per me”. Un’affermazione a cui inizialmente Henry non fece caso, scegliendo di rimanere a osservare: “Io provai a restare perché ero appena arrivato, ma mi limitai a guardare”.

La presa di coscienza di Henry

Rimasto ad osservare, il campione francese avrebbe capito poco dopo il perché di quella affermazione, di perché lui sarebbe stato esentato da quell’esercizio in quanto nuovo arrivato: “Tacchinardi scattò avanti e indietro da un paletto all’altro fino a quasi svenire e poi vomitò. Così tornai nello spogliatoio e pensai che non ero ancora pronto per questo tipo di esercizio”. Un aneddoto che racconta molto di quella Juventus: “Le persone dicevano che quella squadra correva molto: erano pronti ad andare oltre ai limiti, erano pronti a morire sul campo per la squadra”.


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