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Hélène Swarth e le stelle immortali (Traduzione di Patrizia Filia)

Hélène Swarth (1859-1941) è stata una poetessa, novellista e traduttrice olandese, autrice di innumerevoli poesie pubblicate e le più vendute nel periodo tra il 1880 e il 1940. Nata ad Amsterdam, aveva trascorso gran parte della sua infanzia in Belgio. Le prime poesie le aveva scritte in francese, sotto l’influsso del poeta Alphonse de Lamartine, per poi passare alla lingua materna. A partire dalla sua raccolta d’esordio in nederlandese nel 1884, Eenzame bloemen (Fiori solitari) fino al 1920, tutte le sue raccolte pubblicate furono ristampate più volte. Dopo quell’anno, l’interesse per le sue nuove opere diminuirà sensibilmente, ma le antologie delle sue opere precedenti continueranno ad avere successo presso i lettori, almeno fino all’invasione tedesca dei Paesi Bassi.

Swarth è l’unica autrice accolta nel movimento letterario innovatore “Tachtig” (Ottanta), sviluppatosi nei Paesi Bassi tra il 1880 e il 1894. All’inizio della sua carriera, allora lei ventenne, i critici letterari e i poeti legati al movimento l’avevano subito considerata una di loro. Il critico e poeta Pol de Mont l’aveva elogiata definendola “la prima tra tutte le poetesse olandesi del passato e dell’avvenire” e non meno fece Willem Kloos (1859-1938), poeta nonché iniziatore del movimento, considerandola “il cuore canoro della nostra letteratura”. Per inciso, quando nel 1892 uscì di Swarth l’antologia Poëzie, di Kloos non era ancora uscita la prima raccolta. Ma anni dopo, la tanto apprezzata poetessa venne ricoperta di critiche negative, con l’accusa di non rinnovare abbastanza la sua poesia e quindi di non essere più annoverabile nel movimento. Chissà, forse certi suoi colleghi poeti erano rimasti contrariati dal fatto che avesse più successo di loro e anche che non partecipasse di buon grado alle loro mondanità.

Quando muore in tarda età nel paese di Velp, nell’Est dei Paesi Bassi, del grande interesse che le sue poesie avevano suscitato vi era rimasto pressoché nulla. Era caduta di colpo nell’oblio, al punto tale che la si pensava scomparsa da tempo. Due anni dopo la sua morte uscirà l’ultima delle sue tante raccolte, Zus (Sorella), che passerà inosservata.

Ma del tutto dimenticata non lo è: molte città olandesi hanno una via che porta il suo nome, poeti contemporanei connazionali la rievocano, tra altri Gerrit Komrij, che ha incluso sette poesie di Swarth nel suo ampio florilegio dedicato alla poesia nederlandese dal 19mo al 20mo secolo, e Ramsey Nasr, che le ha riservato un posto nella serie di ventun filmati “Dichter Draagt Voor” (Il Poeta Recita), dedicata a poesie da lui scelte di poeti olandesi dal 14mo al 21mo secolo. Di Swarth ha scelto la poesia Sterren (Stelle), che si può ascoltare recitata da lui sul sito della serie: https://dichterdraagtvoor.nl/videos/sterren/

La foto che qui ritrae Hélène Swarth è del fotografo, litografo e editore belga-francese Jules Géruzet, è stata scattata il giorno del ventesimo compleanno della poetessa, e fa parte della collezione dell’Archivio Nazionale belga a Bruxelles.

P.F.

Stelle

Oh, le sante stelle immortali, alte sopra il mio capo mortale,
Dove la fede con la sua fiducia infantile un tempo mi aveva promesso un cielo,
Quando questi occhi si chiuderanno per sempre e questo corpo sarà portato alla tomba,
Oh, le stelle silenti e incomprensibili! oh, la misteriosa schiera della notte!

Caro, il giorno è così frugale e frenetico, per piccole e materiali cose soltanto,
E gli umani negano la propria anima e nessuno a chiedere la vita eterna.
Vieni con me dove la santa notte chiama con i suoi occhi stellati,
Dove un soffio d’amore ci aleggia intorno e la Speme con la sua coppa ci beve.

Caro, un giorno moriremo entrambi, insieme o ognuno di noi da solo,
E la tomba è così fonda e il cielo così alto e se Dio esiste nessuno lo sa.
E non ho altro che la voce del mio cuore, che mi promette la vita eterna,
E le sante stelle immortali, alte sopra il mio capo mortale.

***
Rosso autunnale

In un cupo verdognolo una vivace macchia di rosso:
Un tetto che si arrossa, una fiamma di gladiolo,
Una mela carnicina o una cresta di gallo,
Mi conforterà per la morte dell’estate?

Oh, la tragica e lenta caduta dal tronco
Foglie scarlatte nel fossato brunastro
La vitacea selvatica, o in sollecito scorrere
Il suo sangue, rassegnato agnello sacrificale d’autunno.
Una paura tremebonda mi afferra e mi spinge in avanti,
Mi afferra per la gola e mi toglie il coraggio di vivere.

Ad Ovest risplende un portale cremisi,
Dietro il quale sospetto un crimine, strano e crudele.

L’ottobre spietato ha ucciso il Sole;
La sua spada è rossa, il suo mantello gocciola di sangue.

***

Albero d’autunno

Conosco un albero che se ne sta solo a morire,
Con i suoi rami sottili allargati nell’aria,
Come le ali di un uccello gigantesco: – vuole
Rifuggire la terra dovendo rinunciare alla gioia.
Oh, albero tenero, che sdegna i frutti pesanti
E l’arancione sgargiante e le tinte incarnate!
Luce eterea, come piumaggio sbiancato, la tua
Fragile fronda che vaga sui sospiri del vento.

Oh, albero! sento le tue foglie cadenti fremere
I miei sogni azzurrini, come tristi ricordi.
Sento un legame tra la tua esistenza e la mia.

Allargo come te le braccia in un saluto,
Mai posso raggiungere il cielo con esse:
Sono radici oscure a soggiogare il mio volere.

***

Ho consumato il mio giorno

Ho consumato il mio giorno; così faccio con la mia vita.
Gli uccelli cantavano forte i loro lugliatici canti mattutini,
Il mio cuore cantava con loro, pieno di mestizia e desiderio.
Ho ascoltato – e la mia pagina è rimasta bianca.

Ho racchiuso però i suoni nella mia anima,
Vedo ancora i raggi del sole fluttuare sull’erba,
Odo ancora la melodia, – ma non ho scritto una parola.
Lascio la mia triste arpa appesa alla fronda del salice.

Oh uccelli, cantate soli! la vostra voce mi tiene avvinta.
I freschi rami verdi farciti col vostro gorgheggio.
Il mio orecchio è instancabile, ma le mie labbra tacciano!

Voglio parlare – sento il mio occhio offuscato da una lacrima.
E non sarebbe crudele pretendere da me un canto?
Lasciate che nascondi il mio volto nel muschio vellutato!

***

L’ombra del mio cane

Giacevo in attesa, salma silente nella mia tomba,
E pregavo il sonno di venire fresco a benedire.

Giacevo pensando al mio cane fedele,
Che ora dormiva solo nella terra fredda.

Di colpo udii la porta del giardino aprirsi piano –
Giacevo paralizzata, tremando per la paura.

Oh, fai silenzio! è il passo familiare
Di zampette lanuginose che salgono le scale.

E di nuovo una porta, che si richiude misteriosa –
Oh, è il mio cane, sgusciato fuori dalla sua tomba.

Il freddo della tomba deve averlo di certo spinto
Nel posticino sicuro, dove c’era la sua cuccia.

L’arsura della tomba deve averlo di certo spinto
Nella sua stanza, dove trovava l’acqua.

– “Oh, dolce anima! oh, piccola anima! sei lì?
La tua cuccia non c’è più, neppure l’acqua.

È che non sapevo che saresti tornato,
O avrei avuto cura di farti trovare tutto come prima.

Non riesco ad alzarmi, giaccio paralizzata dalla paura,
Ma voglio aiutarti, attendi – un attimino soltanto.

Non sia mai che non sormonti il mio abbattimento!” –
Ma udii chiaramente il mio cane bere.

Bevette – e sospirò – e scese le scale –
E tornò a dormire dolcemente nella sua tomba.


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