“Hanno un potere immenso”: così la Corte Suprema Usa “blindata” azzoppa Donald Trump e influenza le nostre vite
Il re è nudo. Può riassumersi così il senso della bocciatura dei dazi di Donald Trump da parte della Corte Suprema Usa. La decisione presa venerdì scorso da sei dei nove massimi giudici americani getta nell’incertezza la politica commerciale americana e l’agenda dell’amministrazione repubblicana dimostrando che i check and balance previsti dalla democrazia a stelle e strisce hanno funzionato anche in occasione dello stress test trumpiano. Lo stop alle tariffe rende però evidente anche come la Corte di Washington sia in grado di “azzoppare” un presidente ben più di una consultazione elettorale anticipando di fatto così il ridimensionamento politico di una presidenza che, sino a poche ore fa, era prevista materializzarsi non prima delle elezioni di midterm del prossimo novembre, di solito un bagno di sangue per il rappresentante del partito che occupa la Casa Bianca.
Gli eventi delle ultime ore e la reazione di Trump accendono dunque i riflettori sul più alto Tribunale federale, ritenuto il ramo più segreto del governo, e sui nove giudici che i repubblicani pensavano in qualche modo di poter “controllare”. Per il presidente americano la sconfitta è resa infatti più bruciante dal fatto che a votare a favore dell’annullamento dei dazi globali sono stati tre massimi togati conservatori: John Roberts, il presidente della Corte Suprema nominato nel 2005 da George W. Bush, e Neil Gorsuch e Amy Comey Barrett, questi ultimi nominati proprio dal tycoon durante il suo primo mandato. Un tradimento forse messo in conto dagli strateghi di The Donald ma che arriva nel momento peggiore per il miliardario, a poche ore dal discorso sullo Stato dell’Unione e con un tasso di popolarità che l’ultimo sondaggio del Washington Post attesta al 39 per cento. E mentre incombe una decisione su una possibile operazione militare Usa contro l’Iran.
La Corte si è dimostrata dunque la migliore arma per i simpatizzanti del partito democratico e per i sostenitori del libero commercio ma, come si accennava, opera in una modalità stealth finita persino sotto la lente di ingrandimento del New York Times, bestia nera del capo della Casa Bianca. Ad inizio febbraio, il quotidiano liberal ha infatti deciso di ampliare la sua copertura della Corte per “approfondire l’incredibile potere” dei nove giudici e il funzionamento “del ramo meno trasparente del governo” creando un team di giornalisti dedicati alla materia. “Prendono decisioni che influenzano la vita di tutti noi”, spiega la giornalista del New York Times Jody Kantor aggiungendo che i saggi ricoprono la loro carica per decenni eppure operano come “in una scatola chiusa a chiave”.
Kantor ha riferito che dopo la rielezione di Trump lo scorso novembre, il giudice Roberts, a capo del massimo Tribunale, ha riunito i dipendenti della Corte per farli firmare un accordo di non divulgazione – in passato la discrezione richiesta non era inquadrata in accordi formali di questo tipo – che li impegna a mantenere segreti i meccanismi interni di tale istituzione. Una mossa motivata da una serie di fughe di notizie, ad esempio nel caso della sentenza che ha portato all’annullamento del diritto federale all’aborto.
Il New York Times sottolinea che pur essendoci nella società americana un dibattito sull’opportunità di una maggiore trasparenza della Corte, Roberts ha deciso di andare in senso contrario rafforzando ancora di più il livello di segretezza dei lavori dei togati. “I giudici hanno un potere immenso, non sono eletti”, ragiona Daniel Epps, professore di diritto alla Washington University School of Law, precisando che “questo potere dipende dal nostro consenso come democrazia e abbiamo interesse a vedere come lo usano e come prendono decisioni”.
C’è poi chi fa notare che l’opacità della Corte consente di nascondere la debolezza dei suoi processi, tra cui il ricorso dei giudici agli impiegati a cui viene affidata la redazione dei documenti. A tal proposito Nikolas Bowie, professore alla Harvard Law School, afferma con cognizione di causa che “se il pubblico fosse consapevole di quante decisioni che riguardano milioni di persone siano prese da 27enni dopo l’happy hour, rimarrebbe scioccato”.
Riflessioni che non possono che essere rafforzate dal constatare come, nel bene e nel male, le sentenze della massima Corte Usa non influenzano solo la vita degli americani ma anche di centinaia di milioni di abitanti in tutto il mondo.
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