Friuli Venezia Giulia

Hamas, Israele e l’ONU. Il fragile equilibrio del riconoscimento palestinese

27.09.2025 – 13.01 –  All’80ª Assemblea Generale ONU il tema che risale in cima all’agenda è il riconoscimento dello Stato di Palestina. Come ricordato dall’ISPI (22 settembre), la discussione avviene “mentre l’esercito israeliano avanza con le truppe di terra su Gaza City… e mentre una commissione indipendente delle Nazioni Unite ha rilevato prove evidenti di genocidio a Gaza”. Parallelamente, un’ondata di annunci di riconoscimento (Regno Unito, Canada, Australia, Portogallo e altri) si somma ai molti Paesi che già da anni hanno riconosciuto la Palestina.

Inquadrare questo passaggio senza farsi travolgere da slogan e propaganda è possibile solo usando metodo. Qui riprendo e contesto passo dopo passo l’impostazione analitica del Generale Stefano Silvio Dragani, che da mesi insiste su un punto metodologico: “Dobbiamo creare ponti, non muri”, e prima ancora “dare la parola a tutti, nessuno escluso”, per distinguere percezione da realtà. Nella sua chiave di lettura — che adotto in questa prima parte — esaminiamo, da un lato, Hamas (organizzazione, linea politico-militare, cornice ideologica), dall’altro le reazioni israeliane più strutturate, per poi risalire a cosa implichi oggi parlare di “riconoscimento”.

1) Hamas tra politica, militanza e cornice ideologica
Nel quadro “due Stati”, Dragani invita sempre a capire chi siano i soggetti reali del negoziato. La sua bussola è netta: “Ascoltiamo anche il ‘cattivo di turno’: non per assolvere, ma per capire”. In questa logica, registriamo due piani:

1.1 Il piano politico (Anadolu Ajansı, 23 settembre)
Hamas “accoglie con favore” la dichiarazione della conferenza di New York per due Stati, ma la condiziona a passi concreti: cessate il fuoco permanente, scambio prigionieri, fine delle restrizioni agli aiuti, ritiro da Gaza, stop a insediamenti/confische. Rivendica che la resistenza armata sia “un diritto legittimo secondo il diritto internazionale finché non finirà l’occupazione”, e annette il diritto al ritorno. Il dato politico — sottolineerebbe Dragani — è doppio: 1) nessun riconoscimento d’Israele; 2) pretesa di rappresentanza unica del dossier palestinese.

1.2 Il piano militare (Anadolu Ajansı, 18 settembre)
Il portavoce delle Brigate al-Qassam minaccia escalation e nega garanzie di vita agli ostaggi “se Netanyahu espande l’operazione”. È il registro che Dragani definisce “messaggistica di logoramento”: obiettivo dissuadere e incrinare la coesione avversaria colpendone costi e percezione di sicurezza.

1.3 L’architettura di Hamas
Dragani invita a leggere Hamas come organizzazione a geometria variabile: un politburo in esilio (Kuwait–Giordania–Siria–Egitto–Qatar), una rete di consigli (Gaza, Cisgiordania, prigioni, diaspora) e un’ala militare autonoma nelle tattiche ma “dentro linee guida politiche”. La letteratura (Joas Wagemakers) mostra due tratti chiave: 1) pragmatismo militante — capacità di combinare nazionalismo e calcolo strumentale sul “quando” usare o sospendere la violenza; 2) filiera ideologica — legami storici con i Fratelli Musulmani (sostegni turco-qatarioti), con la variabile iraniana che alimenta l’“asse della resistenza”.

Nella sintesi che spesso ripete Dragani: “Non sottovalutiamo né la componente sociale-politica, né l’ala armata: Hamas è entrambe le cose”.

2) La risposta israeliana: sicurezza, legittimità, cornici alternative
Sul lato israeliano, il dibattito pubblico non è monolitico ma ruota su tre cerchi concentrici che Dragani sottolinea sempre: deterrenza, ingegneria istituzionale sul fronte palestinese, cornice internazionale.

2.1 La linea “no recognition dividend”
Il Jerusalem Center for Security and Foreign Affairs (Dan Diker) legge le mosse ONU come “complicità diplomatica col jihad”. Argomento centrale: il riconoscimento premia il terrorismo e non produce smilitarizzazione. Dati citati: sondaggi PCPSR (maggio 2025) con sostegno ancora significativo a Hamas e netta contrarietà al disarmo; fragilità strutturale dell’ANP (corruzione, legittimazione erosa, controllo territoriale discontinuo).

Dragani, su questo punto, avverte: “È un errore credere che una firma diplomatica rovesci da sola gli incentivi sul terreno”.

2.2 Chi rappresenta i palestinesi sul terreno?
La diagnosi “realista” insiste sul fatto che parte di Giudea e Samaria/Cisgiordania è attraversata da reti armate non integrate nell’ANP. Qui Dragani mette in guardia dalla “illusione di capacità”: “Affidare la sicurezza a un soggetto che non controlla i propri quadranti è trasferire il rischio, non ridurlo”.

2.3 Modelli istituzionali non canonici
Accanto al binario “due Stati” classico, emergono ipotesi de-sovranizzate (federazioni municipali/claniche, ‘Hebron first’) o di autogoverno sotto garanzia esterna. Lo psicoterapeuta israeliano Irwin Y. Mansdorf propone una chiave di “diplomazia psicologica”: entità funzionalmente autonome ma giuridicamente limitate (analogie: Porto Rico/territori d’oltremare). Il punto — osserva Dragani — non è l’etichetta, ma la matrice di sicurezza: “Uno Stato che può armarsi, allearsi e predicare odio istituzionalizzato non è compatibile con la sicurezza israeliana”. Da qui la condizionalità: niente minaccia militare, niente intese con Stati ostili, niente educazione all’odio, niente santuario per milizie.

3) Riconoscimento: cosa significa davvero “qui e ora”
Nel lessico politico occidentale il riconoscimento appare come leva morale. Dragani, però, ci ricorda l’asimmetria fra morale proclamata e equilibri di forza: “Non confondiamo la pace ‘enunciata’ con la sicurezza ‘prodotta’”. Tradotto:

Realtà operativa: Gaza è ancora teatro di guerra; la catena di comando palestinese è plurale; lo spazio educativo-mediatico è decisivo nel formare consenso (o risentimento).
Realtà regionale: Iran/Hezbollah/Houthi e il dossier libanese-siriano connettono il fronte Gaza alla cintura nord; Turchia e Qatar danno copertura politica; l’Arabia Saudita tiene il baricentro del mosaico arabo.
Realtà internazionale: Europa spinge sul profilo umanitario-giuridico; Washington cerca un atterraggio che non comprometta il quadro di sicurezza e la partita indo-pacifica.

In questo contesto, Dragani ammonisce: “Non diventiamo volano di allarmi non giustificati!” — cioè non leggere ogni mossa come preludio catastrofico — ma, allo stesso tempo, “non confondiamo percezione e realtà: la prima corre sui titoli, la seconda sui rapporti di forza”.

4) Che cosa ci insegna il “metodo Dragani”
1. Doppio canale. Leggere politica e militanza di Hamas insieme: slogan e missili non si separano nelle ricadute sul terreno.
2. Condizionalità vera. Ogni riconoscimento che non leghi istituzioni, sicurezza, educazione, controllo armi rischia di essere premiale per gli attori più radicali.
3. Rappresentanza reale. Senza una governance palestinese che governi davvero, ogni architettura è carta.
4. Ponti sì, ma solidi. Il “creare ponti, non muri” di Dragani non è buonismo: è costruzione di corridoi politici verificabili (monitoraggio internazionale serio, riforme educative, meccanismi di verifica e sanzione).
5. Parole pesano. “Genocidio”, “resistenza”, “due Stati”: Dragani invita a usarle con rigore analitico, perché cambiano cornici legali e morali e incidono sul comportamento degli attori.

Conclusione — verso la Seconda Parte
Il riconoscimento della Palestina oggi vive in una frattura tra morale evocata e sicurezza prodotta. “Dare la parola a tutti, nessuno escluso” resta la via maestra indicata da Dragani per non farsi trascinare dall’onda. In questa Prima Parte abbiamo ricostruito le posizioni e le dinamiche di Hamas e le principali reazioni israeliane. Nella Seconda Parte affronteremo la mappa occidentale: Europa (linee divergenti tra capitali e Bruxelles), Stati Uniti (tra gestione del dossier e riflessi regionali), mondo arabo (normalizzazioni sospese e nuove formule di garanzia).

Perché — lo ripeto con Dragani — “i ponti reggono se poggiano su pilastri verificabili: sicurezza, istituzioni, educazione, confini alle armi”. Tutto il resto è percezione. E la percezione, senza realtà, non fa politica estera: fa solo rumore.

Stefano Dragani già generale di Brigata dell’Arma dei Carabinieri. Laureato in Scienze Politiche e in Scienze della Sicurezza, ha ottenuto anche un master di II livello in Studi Africani. Dopo incarichi operativi in Italia, ha svolto missioni internazionali in Albania, Kosovo, Ghana, Somalia, Ruanda e Belgio, lavorando come esperto di sicurezza e stabilizzazione in aree di crisi, anche per conto dell’Unione Europea. Ha tenuto docenze e seminari in Italia e all’estero – dall’Università di Padova alla Scuola Ufficiali dei Carabinieri, fino ai congressi ONU sul terrorismo globale – ed è stato special advisor sia del Ministro della Sicurezza della Somalia che delle forze di polizia di Rwanda e Uganda.

È autore di quattro saggi pubblicati da Fawkes Editions, casa editrice romana: “Frammenti di vita” (2022), dedicato alla sua lunga esperienza africana; “La Cavalleria: uno stile di vita” (2023), un affresco storico-militare; “Conflitti e parole” (2024), centrato sui rapporti tra Africa e grandi potenze; e “Un altro mondo” (2025), un’analisi attuale delle crisi in Medio Oriente e Ucraina. Ha vissuto sedici anni in Friuli Venezia Giulia, cinque dei quali a Sistiana, alle porte di Trieste, città a cui è profondamente legato. La sua visione internazionale si coniuga con una forte consapevolezza del ruolo strategico dell’Italia e del nostro territorio nel contesto geopolitico globale.

[f.v.]




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