Half Man | Indie For Bunnies
Non dico che “Baby Reindeer” sia proprio una brutta serie, ma che sia un prodotto sopravvalutato, ruffiano e scritto apposta per scioccare e fomentare le frange più woke della Netflix generation sì, lo dico.
E quindi io su Richard Gadd (qui creatore e attore protagonista) non ci avrei puntato due spicci. E invece, eccomi qui a ricredemi. Ambientata a cavallo tra tre decenni, in una Glasgow grigia e deprimente, “Half Man” è una delle serie dell’anno, una roba che ti entra sotto la pelle e ti disegna i brividi lungo la spina dorsale.

“Half Man”, mezz’uomo, è come si sente Ruben a causa degli abusi subiti da piccolo, definizione che probabilmente sentirebbe sua anche l’atro protagonista, un Niall incapace di accettare la sua omosessualità. Il titolo si riferisce però anche al fatto che i due protagonisti, il succitato Ruben e Niall, vivano un rapporto così simbiotico e tossico da farne quasi una sola persona, divisa in due parti di segno opposto.
Con delle premesse del genere, il dramma non può che vivere i suoi vertici nei numerosi dialoghi tra i due: fisici, tesi, elettrici, imprevedibili. Gadd e Bell hanno fatto un lavoro mostruoso, tanto in questi dialoghi che nel costruire due personaggi intensi, subdoli ed esplosivi. Da segnalare anche però Stuart Campbell, che dà corpo e faccia alla magnetica versione giovane di Ruben.
La storia di “Half Man” è densa e sfaccettata e viene ricostruita attraverso lunghi flashback che ripercorrono gli incroci più segnanti tra le vicende dei due protagonisti, costruendo così, di strada verso il finale, una tensione crescente e a tratti difficile da sostenere.
Passare da Netflix a HBO ha fatto fare a Gadd anche un salto quantico in termini di messinscena e scelte stilistiche. Molto bella anche la colonna sonora. L’utilizzo di “Clevor Trever” di Ian Dury è destinato a rimanere nell’immaginario seriale.
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