Cultura

Hackedepicciotto – Lichtung | Indie For Bunnies

La parola tedesca Lichtung indica una radura nel bosco. Non semplicemente uno spazio vuoto tra gli alberi, ma un luogo in cui il buio della foresta improvvisamente si apre e permette alla luce di entrare. È un’immagine antica, archetipica: il punto di passaggio tra l’ombra e la rivelazione, tra ciò che è nascosto e ciò che finalmente appare.

Non poteva esserci titolo più preciso per il nuovo lavoro degli Hackedepicciotto, il duo formato da Alexander Hacke e Danielle de Picciotto. La loro musica nasce da una lunga frequentazione con il margine: il margine del rock, quello dell’elettronica, quello della tradizione europea, quello tra concerto e rito.

Credit: Mara Von Kummer

“Lichtung” è un luogo da attraversare.
È una musica che arriva da molto lontano. Non necessariamente nel tempo, ma nella memoria. Ci sono echi di musica rituale, di minimalismo, di folk europeo, di certa musica industriale tedesca delle origini. Ma tutto viene filtrato attraverso una sensibilità profondamente contemporanea.

Tutto sembra fragile e monumentale allo stesso tempo.
La grandezza del disco sta soprattutto nel modo in cui riesce a evitare due rischi opposti. Da una parte il minimalismo potrebbe diventare sterile esercizio estetico; dall’altra la spiritualità potrebbe scivolare nella retorica. Gli Hackedepicciotto evitano entrambi i pericoli perché la loro musica rimane sempre concreta, fisica. È fatta di legno, metallo, pelle, aria.

Ogni suono sembra avere un peso fisico: il violino, le percussioni, le vibrazioni metalliche, le voci trattate elettronicamente.
C’è anche una dimensione profondamente narrativa in “Lichtung”. Ogni brano sembra evocare un paesaggio, un territorio della coscienza. Una stanza abbandonata. Una foresta dopo la tempesta. Un ricordo che ritorna senza essere chiamato. Una presenza che continua a esistere anche quando il corpo è scomparso.
È un disco che non vuole stupire, perché appartiene a una categoria più rara: quella delle opere che chiedono di essere abitate.

Quando “Lightung” finisce, non lascia una melodia da ricordare o un’immagine precisa. Lascia piuttosto la sensazione di essere stati per qualche minuto dentro una radura, nel cuore di una foresta sconosciuta, proprio nel momento esatto in cui un raggio di luce attraversa gli alberi.

Impossibile citare un brano perché tutto respira come un organismo indivisibile. Merita però una menzione a parte il meraviglioso coro alla fine del primo pezzo.

C’è una parentela con alcuni grandi autori del Novecento: penso a Arvo Pärt e alla sua idea di musica come spazio di rivelazione, oppure a Morton Feldman e alla sua capacità di trasformare il tempo in materia percettiva. Naturalmente Hackedepicciotto arrivano da una storia diversa, quella dell’avanguardia berlinese e dell’industrial, ma hanno quella stessa attenzione sacrale verso il dettaglio.

Fin dalle prime note si percepisce una qualità pazzesca. Non una nota fuori posto, non un momento mal calibrato. Se ci fosse stata qualche imperfezione qui e là sarebbe stato un capolavoro. È “soltanto” un disco perfetto.


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »