Guardie mediche, parlano i commissari: riforma necessaria ma non compresa | isNews
Le parole di Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo, che intervengono sulle polemiche relative all’organizzazione del servizio di Continuità assistenziale
CAMPOBASSO. Servizio di Continuità assistenziale, i commissari alla sanità Marco Bonamico e Ulisse Di Giacomo intervengono per chiarire i contenuti del Decreto del Commissario ad acta n.9/2026, che a loro avviso “pochi dimostrano di aver letto e soprattutto compreso”.
Il servizio dell’ex Guardia medica, affermano, non è mai stato, sin dalla sua istituzione, un servizio dedicato alle urgenze-emergenze, ma ai bisogni “non differibili”, ovvero alle richieste da soddisfare al di fuori dell’orario degli ambulatori del medici di famiglia.
“I Contratti nazionali di lavoro dei Medici di Medicina generale – precisano – stabiliscono con chiarezza, sin dai primi anni del 2000, che gli incarichi affidati per questo servizio non richiedono un titolo di formazione per l’emergenza in quanto si andrebbe a generare una inappropriatezza organizzativa e clinica, tale da mettere a rischio potenziale la vita delle persone. Il trattamento delle patologie emergenziali, quindi, nulla ha a che fare con l’istituto della Continuità
assistenziale e chi afferma il contrario dimostra di non conoscere affatto la normativa nazionale in vigore da oltre 20 anni, ben citata e riassunta, oltretutto, nel Dca n.9. Il DM 77/2022, inoltre, prevede espressamente la riconduzione del servizio di Continuità assistenziale all’interno delle Case di comunità, che lavorano in sinergia con le Centrali operative territoriali (Cot) per coordinare i servizi di passaggio tra territorio e ospedale e viceversa. Quanto sopra viene espressamente riportato nel citato Dcs, che altrettanto chiaramente ribadisce (Art.6.1) come l’emergenza medica sia da considerare criterio di esclusione di accesso al servizio”.
“In Molise – aggiungono Bonamico e Di Giacomo – le Case di comunità individuate sono 13 e, al loro interno, saranno collocate altrettante 13 sedi di Continuità assistenziale, compatibilmente con la data di consegna dei lavori e con la loro attivazione, così come previsto dalle norme del Prr (e a questo proposito la data del 1 aprile è puramente indicativa, subordinata a quanto detto). Dopo un’attenta e accurata valutazione delle caratteristiche ambientali, delle distanze e dei tempi di percorrenza, sono state individuate altre tre sedi aggiuntive, da attivare in aree particolarmente disagiate”.
“È pertanto quantomeno superficiale, per non dire sorprendente, affermare che la riorganizzazione dell’assistenza territoriale trascuri le aree interne, laddove per l’esatto contrario la nuova rete delle 16 postazioni garantisce un tempo medio di accesso che in nessun caso supera i 35 minuti di attesa, e il servizio 118 di emergenza/urgenza, composto da 16 postazioni, anche in condizioni di viabilità complicata o di difficoltà meteorologiche, ha sempre garantito un tempo di intervento medio compreso nel range stabilito a livello nazionale. Infine, a chi ama commentare, se non pontificare, senza aver letto la documentazione, ricordiamo quanto scritto testualmente nel Dca n.9/2026, ossia che le sedi di Continuità assistenziale esistenti “continuano la loro attività, fatte salve diverse determinazioni regionali o aziendali in applicazione di quanto previsto all’art. 5, comma 1”, ovvero a condizione di riuscire a garantire almeno l’80% dei turni. E tale condizione, a quanto risulta dai dati forniti dalla Asrem, al momento sarebbe soddisfatta per la maggior parte di esse, dunque, non si tradurrebbe in una sospensione immediata del servizio”.
“Né sembra inutile tornare a ribadire, anche in questa sede, che il riordino nel suo complesso è anche la conseguenza della grave carenza di personale medico visto che si è passati dai 196 professionisti impiegati 20 anni fa alle attuali 70 unità,un fatto, questo, che rende inattuabile la persistenza di ben 44 sedi di Continuità assistenziale, traducendosi in un rapporto sede/popolazione tra i più squilibrati d’Italia e con un numero di accessi assolutamente ingiustificabile: i turni sarebbero spesso e inevitabilmente scoperti in molte sedi, prime tra tutte quelle interessate dalle proteste degli amministratori locali. Ancora, l’Art.44 del CNL dei medici di famiglia impone un riallineamento della offerta alla domanda riducendo (e non eliminando) le attività e il numero totale di professionisti in servizio dalla mezzanotte alle otto, spostando tali attività nell’orario diurno delle Case di comunità, anche alla luce dei dati sugli accessi al Pronto soccorso e sugli interventi del 118 della Regione Molise”.
“È da rimarcare, in conclusione, come nelle regioni italiane dove questa riorganizzazione è già stata attuata, anche nelle cosiddette aree interne, non si sia determinato nessun aumento degli accessi ai Pronto Soccorso né un incremento delle chiamate al 118; anzi, è successo il contrario – concludono Di Giacomo e Bonamico – Se è vero (e anche giusto) che la sanità rappresenta uno dei problemi più rilevanti e più sentiti da parte dei cittadini, riteniamo grave che qualcuno (pochi per la verità, e sempre gli stessi) tenti di usarla a scopi elettorali o ne faccia terreno di scontro politico, con l’unico risultato di impedire o ritardare la riforma del sistema”.
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