Società

Grecia, rivoluzione negli atenei: via 300mila studenti fuori corso dalle università per risalire le classifiche internazionali

Il Ministero dell’Istruzione greco ha rimosso dagli elenchi oltre 300mila studenti inattivi iscritti prima del 2017 per migliorare l’organizzazione accademica e i ranking internazionali. La misura segna la fine dell’ “apprendimento permanente” ma è contestata dall’opposizione perché penalizzerebbe le fasce più deboli e i lavoratori.

È una manovra senza precedenti quella annunciata venerdì 2 gennaio dal Ministero dell’Istruzione greco, che ridisegna drasticamente la demografia degli atenei ellenici. Con l’obiettivo dichiarato di “migliorare il sistema accademico” nazionale, sono stati depennati dagli elenchi universitari oltre 300mila studenti, una cifra che corrisponde a circa la metà dell’intera popolazione studentesca del Paese.

Il provvedimento, frutto di una riforma discussa da mesi, si è abbattuto sugli iscritti ai corsi di laurea quadriennali (primo livello) immatricolati prima del 2017 e non più attivi. Secondo i dati ufficiali diffusi dal dicastero, la scure è calata inesorabilmente: solo 35mila studenti in questa condizione sono riusciti a rinnovare l’iscrizione, mentre tutti gli altri sono stati rimossi definitivamente dai registri.

Addio all’ “apprendimento permanente”

Al centro della riforma c’è la volontà legislativa di sradicare la prassi dell’ “apprendimento permanente”, un modello che per anni ha permesso agli studenti greci di mantenere lo status di universitario a tempo indeterminato, anche a fronte di lunghi periodi di inattività dovuti a necessità lavorative o personali. Una consuetudine ora vietata da una legge specifica che impone tempi certi.

Non una questione di soldi, ma di merito

Un dettaglio cruciale emerge dalle motivazioni fornite dai funzionari governativi: la mossa non nasce da un’esigenza di cassa. Gli studenti inattivi, infatti, non rappresentavano un “onere finanziario diretto” per le università pubbliche (gratuite per i cittadini UE), ma generavano ingolfamenti amministrativi che penalizzavano l’efficienza degli istituti.

Il viceministro dell’Istruzione, Nikos Papaioannou, ha collegato direttamente la pulizia delle liste alla competitività internazionale: “Grazie agli elenchi aggiornati, le università hanno la possibilità di pianificare in modo più preciso. Questo è un prerequisito per migliorare la qualità accademica, le attività quotidiane e i criteri utilizzati per valutare le università greche nelle classifiche internazionali“.

Ancora più netta la posizione politica espressa dalla ministra Sofia Zacharaki, esponente di Nuova Democrazia. “Lo status di studente non è valido per tutta la vita in nessuna moderna università europea“, ha commentato, sottolineando la volontà di conferire “titoli di studio di valore, che riflettano impegno, competenze e passione“.

Le critiche: il diritto allo studio è a rischio?

La decisione ha innescato la dura reazione delle opposizioni. La tesi contraria sostiene che la cancellazione dei fuori corso storici finisca per penalizzare le fasce più vulnerabili della popolazione: studenti in condizioni di svantaggio economico e sociale che, dovendo lavorare per mantenersi, necessitano di percorsi più flessibili e tempi più dilatati rispetto allo standard.

Sullo sfondo resta un sistema universitario in profonda mutazione. Se fino a poco tempo fa il monopolio dei titoli riconosciuti era appannaggio esclusivo degli atenei pubblici statali finanziati dal governo, la recente apertura verso università private accreditate segna un ulteriore passo verso un modello educativo differente.


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