Cultura

Graham Hunt – American Pyramid

Il cantautore statunitense Graham Hunt si allontana dall’approccio casalingo tipico delle sue precedenti uscite con le dodici tracce di “American Pyramid”, un disco registrato interamente dal vivo avvalendosi del supporto di altri musicisti.

Credit: Bandcamp

A non cambiare di molto è lo spirito DIY che da sempre caratterizza l’opera del polistrumentista originario di Milwaukee; i brani in scaletta, tutti incisi nei leggendari Pachyderm Studios di Cannon Falls (dove sono nati “In Utero” dei Nirvana e “Rid Of Me” di PJ Harvey), sono stati prima elaborati come demo estremamente grezze.

La rifinitura dei pezzi, completata in compagnia dei colleghi, non ha snaturato la visione “ruspante” di Hunt, artefice di un sound estremamente vivace a metà strada fra power pop, folk e slacker rock.

Le melodie e le chitarre jangly, vera spina dorsale di “American Pyramid”, sembrano arrivare direttamente dagli anni ’90: poca originalità ma tanta qualità, come certificano le gradevolissime “Straight Line To Love”, “Waiting For You To Come Home” e “Getting Older”.

Graham Hunt guarda con attenzione alle migliori produzioni alternative dell’ultimo decennio del XX secolo, spesso e volentieri ricollegandosi alle lezioni impartite da band leggendarie come Pavement e Lemonheads.

Nonostante questa spiccata vena vintage, “American Pyramid” sa sorprendere con sprazzi di modernità. Elettronica e suoni sintetici, seppure in forme poco invadenti e molto analogiche, sono alla base di canzoni come “Riverboat Blues”, “Dust Underwater” e “Big Light”, mentre in “Song Of Hate” troviamo persino un autotune che ad alcuni potrebbe far pensare ai non brillantissimi Strokes dell’ultimo “Reality Awaits”.

Se non altro Graham Hunt ha il buon gusto di non abusarne! Un mezzo punto in più per questo talentuoso figlio degli anni ’90.


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