Cultura

Goodbye June: l’esordio di Kate Winslet alla regia che lei ha quasi rifiutato

Il progetto di Kate Winslet dietro la macchina da presa si chiama Goodbye June ed è scritto da Joe Anders, suo figlio. Un dramma familiare che segue quattro fratelli adulti e il loro padre mentre affrontano il progressivo peggioramento della salute della madre malata. Un tema universale, quello della famiglia che si ritrova e si scontra di fronte alla fragilità e alla perdita, raccontato con l’intimità di chi quelle dinamiche le conosce da vicino. Winslet interpreta Julia, una delle figlie di June, il personaggio materno incarnato da Helen Mirren, un casting che già da solo vale il prezzo del biglietto.

Ma come si arriva al punto in cui un’attrice del calibro di Winslet prova a “ricostituirsi”? L’idea iniziale era chiara: sarebbe stata produttrice e protagonista, niente di più. Quando le è stata offerta anche la regia, la sua prima reazione è stata di panico razionale. “So di essere brava nel multitasking, ma questo sono troppi compiti“, ha dichiarato a Digital Spy. Tre ruoli contemporaneamente: produttrice, regista e attrice. Una tripletta che richiederebbe energia, concentrazione e una capacità di sdoppiarsi che persino una veterana come lei ha ritenuto eccessiva.

Non era una questione di ego o insicurezza artistica. Winslet ha ammesso di aver compilato una lista di attrici che sarebbero state “assolutamente brillanti” nel ruolo di Julia. Nomi che non ha voluto rivelare ma che immaginiamo all’altezza della produzione. Aveva quasi convinto se stessa, pronta a fare un passo indietro per il bene del film. Poi è intervenuta la realtà della produzione: Netflix ha detto no. La piattaforma, che distribuirà il film a livello globale dopo la breve uscita nelle sale, voleva Winslet davanti alla macchina da presa. Non solo come garanzia commerciale, ma evidentemente perché la sua presenza dava al progetto una dimensione emotiva che sarebbe andata perduta con una sostituzione.

Goodbye June – NETFLIX

C’era però un secondo ostacolo, più sottile e profondo. A quel punto Winslet aveva già scelto il cast: oltre a Mirren, nomi come Toni Collette, Johnny Flynn, Andrea Riseborough, Timothy Spall, Stephen Merchant, Fisayo Akinade, Jeremy Swift e Raza Jaffrey. Attori di razza, gente con cui ogni interprete sognerebbe di condividere il set. “Come potevo non andare a giocare con loro?” ha spiegato Winslet. “Perché è questo che facciamo. Giochiamo, fingiamo, ed è una cosa meravigliosa“. La tentazione di rinunciare al ruolo è stata sconfitta dalla vocazione più profonda: quella dell’attore che non può resistere alla chiamata del personaggio, soprattutto quando attorno ci sono colleghi con cui creare quella magia collettiva che solo il cinema sa generare.

Il risultato di questa scelta è un film che Winslet descrive come un’esperienza di fusione quasi totale. “So che suona un po’ sdolcinato, ma dovevamo davvero diventare una famiglia per far sembrare tutto il più reale e riconoscibile possibile“, ha raccontato. “Non puoi semplicemente presentarti, fare il tuo lavoro e tornare a casa. Diventa qualcos’altro. Siamo stati fortunati che questo sia davvero accaduto su questo film”. È il tipo di alchimia che si sente sullo schermo, quando gli attori non stanno semplicemente recitando battute ma vivono relazioni autentiche, per quanto costruite.

Goodbye June è arrivato nelle sale americane in forma limitata ed è disponibile su Netflix. Il debutto alla regia di Winslet non è un capriccio da star, ma un atto di coraggio creativo: dirigere, produrre e recitare in un film così personale, scritto dal proprio figlio, è un’esposizione totale. Che Kate Winslet abbia cercato di sottrarsi a una parte del proprio film dice molto sulla sua onestà professionale. Non ha voluto strafare per ambizione, ma ha accettato la sfida quando le circostanze e la chimica umana l’hanno resa inevitabile. E forse è proprio questa tensione tra il voler fare un passo indietro e il non poter resistere alla chiamata dell’arte che rende Goodbye June un progetto ancora più affascinante.


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