Gli esuli in ansia per le famiglie in Iran: «Ma il regime è peggio delle bombe» – Bolzano
BOLZANO. Il paradosso di festeggiare nonostante le bombe cadano sulle case dei propri parenti o dei propri cari in Iran. Una gioia sofferta quella di un gruppo di iraniani che vive e lavora a Bolzano, e che ieri pomeriggio si è ritrovato nel parco del Talvera, nell’area giochi in prossimità del bar Sant’Antonio per “festeggiare” quello che loro chiamano «l’inizio della fine del regime».
Da sabato mattina, bombe e missili, americani e israeliani, sono cominciati a cadere sul le città iraniane. Sono convinti che «è cominciata la fine del regime che sta sterminando il nostro popolo. Nessuna bomba può fare tanti morti quanti ne hanno fatti gli ayatollah e la loro polizia morale» dicono. Sul prato si confrontano e si scambiano informazioni sui parenti sparsi nelle varie città iraniane, ma si interrogano anche sul futuro incerto del loro Paese. Sono sostenitori di Reza Pahlavi il figlio maggiore dell’ultimo Scià di Persia Mohammad Reza Pahlavi. Oggi Reza vive in esilio ed è invocato da molti iraniani (ma non da tutti, men che mai dai curdi) alla guida di un governo di transizione dopo la sperata caduta del regime sanguinario.
Rispetto alle altre manifestazioni, gli esuli si mostrano più sicuri ma la prudenza nel non pubblicare i cognomi per evitare ritorsioni ai parenti, resta. Samira dice di aver parlato con la madre a Teheran «lei è contenta nonostante sia sotto le bombe. Mio padre è un commercialista e siamo tutti convinti che deve cadere questo regime e deve finire anche a costo di rischiare la vita». E la vita la stanno rischiando per davvero in tanti, anche se gli attacchi si stanno concentrando su obiettivi mirati e riconducibili al regime e alle forze che lo sostengono. «Il regime, in pochi giorni durante la protesta ha massacrato più di 40mila persone. Hanno ucciso mio cognato e mio nipote di 21 anni – dice Zohreh -. Le bombe non ci possono spaventare ed infatti abbiamo i video in cui la gente balla e canta davanti alle strutture bombardate». L’entusiasmo è alle stelle e mentre alcuni continuano a cantare, Ar Salan dice di essere «finalmente ottimista. Non siamo mai stati così vicini al ribaltamento del regime».
Ma dice anche che in questa fase è «ancora troppo presto pensare alla rivolta armata della popolazione anche se molti sono pronti. Il regime è ancora molto forte. I bombardamenti mirati lo devono indebolire. Ho parenti che sono pronti all’azione ma io dico loro di aspettare il momento giusto». In molti, si sentono di ringraziare gli Stati Uniti e Israele e ritengono che la distruzione di una scuola colpita da un missile, sia stata una messa in scena del regime per far cadere la colpa sui “liberatori”. Sul futuro del Paese, che preferiscono chiamare Persia, dicono di avere piena fiducia in Reza Pahlavi e il suo ritorno in patria con la bandiera della Persia, cioè «quella che ha al centro il sole e il leone e non il simbolo religioso» dice Mohsen. Perché il figlio dello Scià «è l’unico che può assicurare un governo di transizione per arrivare alle elezioni democratiche». Ma la liberazione dei popoli dai loro dittatori non ha portato sempre bene. Basti pensare all’Iraq, all’Afghanistan e, forse anche alla Siria. «Noi persiani siamo differenti – dice Reza, che si vanta di chiamarsi come il figlio dello Scià – Il nostro popolo ha un fondamento molto più laico. Inoltre un decimo della popolazione è disseminata in tutto il mondo, fuggita dalle persecuzioni degli ayatollah. Abbiamo una mente più aperta. Non commetteremo lo stesso errore. Siamo fiduciosi anche perché Reza Pahlavi – continua – ha già mostrato quale è il suo programma di governo per arrivare a una votazione e scegliere tra repubblica e monarchia. Basta con la religione».Er. Am.




