Giovanni Campolo, un “angelo” a Crans Montana: con il padre Paolo ha sfidato le fiamme per salvare tanti giovani come lui dalla morte
Ha il volto della meglio gioventù, di quella che non si gira dall’altra parte e non scappa, ma si rimbocca le maniche e agisce. Giovanni Campolo, il giovane che assieme al papà ha compiuto un gesto eroico nella tragedia di Crans Montana, incarna lo spirito della solidarietà più autentica. Del resto la sua scelta di campo lo studente di Ingegneria dalle origini calabresi l’ha fatta. Ha deciso di dedicare una parte del suo tempo agli altri, attraverso i circuiti della protezione civile elvetica. Una missione che ha onorato nella notte più cupa. Non nega di aver assistito all’orrore e riavvolge per noi il nastro dei ricordi. «Non avrei mai potuto immaginare niente di peggio di quella notte» ha raccontato a caldo descrivendo l’inferno in cui si è trasformato il locale Constellation. È stato tra i primi a intervenire assieme al papà Paolo.
Due calabresi che hanno “esportato” in Svizzera il cuore generoso che davanti alle difficoltà non arretra. Anche mettendo a rischio la propria vita. Non ci ha pensato due volte quando ha realizzato la gravità della situazione. È corso subito per fornire il suo aiuto, braccia forti da sportivo, al suo arrivo, non c’erano ancora né vigili del fuoco né ambulanze. «I soccorsi provenivano da molto lontano. Le ambulanze erano estremamente lente. Nel frattempo, la scena era insopportabile. Le persone giacevano a terra, a torso nudo, sfigurate, ustionate».
Ricostruisce quelle ore drammatiche: «Assieme ad altri, abbiamo improvvisato barelle usando le strutture metalliche dei divani per evacuare i feriti. Il numero di vittime gravemente ustionate era enorme. Non so più quante persone ho trascinato fuori, ma più ci inoltravamo dentro il locale più la situazione si faceva tragica». «L’adrenalina ha preso il sopravvento» ha raccontato. Lo shock è arrivato dopo probabilmente. Non sarà facile fare i conti con le immagini che ha vissuto. Di quella notte resta assieme alla tragedia il gesto eroico di un giovane e del suo papà, e assieme a loro tanti altri che hanno scelto di non arrendersi, hanno sfidato il fumo e le fiamme per cercare di portare in salvo quante più persone possibili. Ed è questo il messaggio che la comunità, non solo quella di Crans Montana, deve custodire: il gesto di solidarietà. Queste le fondamenta su cui ricostruire uno spirito di comunità. Riconoscere in mezzo all’inferno, ciò che inferno non è, come diceva Calvino, e farlo durare e dargli spazio. Identificare frammenti di luce, senso di speranza e rinascita anche in mezzo al nero del fumo e alla disperazione che si è lasciato dietro.
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