Economia

Giornata disabilità: meno del 5% dei fragili trova lavoro. Come le aziende evitano le assunzioni

Piuttosto che assumere persone con disabilità le aziende preferiscono pagare. Lo dicono i pochi dati disponibili sul fenomeno ( gli ultimi risalgono al 2021): su un milione di iscritti al collocamento disabili solo 36mila trovano lavoro e, di questi, 26mila lo perdono entro i primi 12 mesi.

“Se guardiamo ai numeri dell’inserimento lavorativo basta fare due più due: l’elusione degli obblighi da parte delle imprese è altissima”, spiega a Repubblica Marino Bottà, presidente dell’Agenzia Nazionale disabilità e lavoro (Andel). Funziona così: ogni azienda, a seconda del numero di dipendenti, deve assumere un tot di persone con disabilità. “Ma nel mercato del lavoro queste persone sono spesso viste come un problema”, continua Bottà, per questo la maggior parte delle imprese preferisce una strada alternativa all’assunzione.

Cosa sono gli obblighi di assunzione

La colpa non è solo delle imprese. La legge 68 del 1999 dà la possibilità di ricorrere all’esonero: al posto di assumere una persona disabile puoi versare 10mila euro all’anno su un fondo regionale, se ne devi assumere due ne versi 20mila e così via. Le imprese, infatti, sono tenute a presentare ogni anno un documento informativo che funziona come un’autodenuncia. Se ho dai 5 ai 15 dipendenti sono tenuto ad assumere 1 disabile, dai 35 ai 50 si passa a 2 e se i dipendenti sono più di 50 la quota di persone con disabilità deve essere del 7%.

A quel punto scatta l’obbligo di stipulare entro 60 giorni una convenzione tra l’azienda e l’ufficio di collocamento provinciale di competenza. Uno step che molti assolvono, lasciando poi scadere i termini di assunzione. “In alcuni territori questa è la prassi”, prosegue Bottà, “l’elusione arriva al 70% dei casi”. Accanto a chi si avvale di questa alternativa legale agli obblighi di assunzione, ci sono i furbi. “C’è anche chi sceglie di mentire, sperando di non incorrere in controlli e sanzioni”. Insomma chi vuole farla franca: nessuna assunzione e nessun pagamento. Ad esempio, solo nella regione Lombardia nell’ultimo anno sono stati versati complessivamente circa 27 milioni di euro dalle imprese sanzionate.

Un sistema che non funziona

Tra le aziende che assumono, poi, le cose non vanno molto meglio. Secondo l’ultimo rapporto del Cnel, nel 2023 solo il 33% delle persone con gravi limitazioni e il 57% di quelle con disabilità non grave risultano occupate. A questi dati poco incoraggianti si aggiunge il fatto che per molti il problema non è solo trovare un impiego, ma mantenerlo nel tempo. “Abbiamo calcolato che c’è una media di 36mila avviati al lavoro all’anno ma, di questi, circa 27mila perdono il posto entro l’anno”, spiega Bottà.

Ma se l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità non funziona è “perché è tutto il sistema ad essere organizzato in modo sbagliato”. Infatti, da una parte è vero che nel mercato del lavoro manca una sensibilità adeguata sul tema, dall’altra, però, “le imprese e i lavoratori vengono lasciati soli in questo percorso, senza gli adeguati supporti”. In primo luogo manca un efficace sistema di matching tra impresa e persone per il collocamento mirato dei disabili a seconda delle loro caratteristiche e delle competenze. Poi, una volta avviata l’assunzione, serve una figura abilitata a gestire la disabilità all’interno delle imprese. Al momento, infatti, sia i lavoratori che i datori di lavoro “vengono abbandonati dagli operatori del collocamento subito dopo l’assunzione perché non è più loro competenza” e questo spesso porta alle dimissioni o al licenziamento della persona disabile.

La figura del disability job supporter

Per l’Agenzia Nazionale disabilità e lavoro la soluzione è il disability job supporter, una figura in grado di fare da ponte tra la dimensione sociale e quella imprenditoriale. Il compito di questi operatori sarebbe quello di ‘traghettare’ la persona disabile nell’impresa, avvalendosi di una conoscenza profonda della disabilità e del mercato del lavoro. “Idealmente è come se si caricasse sulle spalle la persona e la portasse dall’altra parte del confine, dove c’è il lavoro”, sostiene Bottà.

Solo il 25% di chi cerca lavoro è composto dai cosiddetti “disabili abili”, in grado di attivarsi da soli e trovare un impiego, mentre il restante 75% rimane disoccupato. Metà degli iscritti al collocamento, infatti, hanno una disabilità complessa e sono proprio loro ad avere più bisogno di percorsi personalizzati di accompagnamento al lavoro. I disability job supporter potrebbero farsi carico di valutare le loro capacità e cercare un impiego al posto loro, mediando con le aziende. L’obiettivo finale, infatti, non deve essere per forza l’assunzione, almeno non per tutti. “Ognuno ha il proprio percorso: ci sono gli accordi con le cooperative sociali, i tirocini a tempo indeterminato e le adozioni lavorative”, spiega il presidente di Andel, “tutte buone pratiche da mettere in pista soprattutto nei casi più gravi”.

Lo stigma verso le malattie psichiche

Un percorso ancora più accidentato per accedere al mondo del lavoro lo attraversano i malati psichiatrici: meno del 2% dei collocati, infatti, appartiene a questa categoria. Il motivo? “Nelle aziende lo stigma sociale verso chi presenta questo tipo di disabilità è ancora molto forte – spiega Bottà – alle difficoltà organizzative del lavoro si aggiunge anche l’ansia nella gestione di queste persone”. Le difficoltà relazionali e l’imprevedibilità legati a questo tipo di disagi, infatti, rendono l’integrazione sul posto di lavoro con colleghi e datori di lavoro più complicata.

Anche le donne con disabilità incontrano maggiori difficoltà nell’ingresso nel mondo del lavoro: nel settore privato si limitano al 40% mentre nella pubblica amministrazione arrivano al 64%. In questo caso la discriminazione non riguarda le donne in quanto tali ma la tipologia di mansioni spesso associate al lavoro femminile. “La richiesta di figure impiegatizie è alta: ma tra le persone con disabilità, in generale, il livello di scolarizzazione è piuttosto basso, di conseguenza trovare donne con almeno un diploma è una rarità”.


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