Giornalista condannato per non aver cancellato i commenti offensivi al suo post
Sarà la Cassazione a decidere se il giornalista che pubblica un post sul suo profilo social sia tenuto o meno a cancellare i commenti dei lettori eventualmente diffamatori. Il 10 aprile, alle 10, un’associazione italiana di giornalisti videomaker si è data appuntamento di fronte alla sede della Corte di Cassazione per un sit-in di solidarietà nei confronti del collega e associato, nel giorno in cui la Corte è chiamata a pronunciarsi sulla sua vicenda. Il videomaker è stato condannato in primo e secondo grado a pagare 33mila euro per non aver rimosso alcuni commenti scritti da terzi sotto il suo post pubblicato su Facebook, un post che le sentenze precedenti hanno giudicato non diffamatorio.
I commenti di odio verso i migranti
La vicenda risale al 2018 e – come ricostruisce una nota dell’associazione – il videomaker aveva contestato la ricostruzione, fatta dall’articolo del Giornale di Vicenza, su alcuni richiedenti asilo di un centro della città veneta che avrebbero protestato per poter guardare il campionato su Sky. «Notizia rilanciata da esponenti politici di primo piano che aveva innescato discorsi d’odio verso i migranti ma che – secondo quanto verificato dal giornalista – era frutto di una ricostruzione imprecisa dei fatti. Portato in tribunale dall’autore dell’articolo, il giudice ha stabilito che quanto scritto nel post fosse documentato e legittimo. Nella seconda parte della sentenza, però, è arrivata la sorpresa. Il videomaker è stato condannato per non aver rimosso alcuni commenti tra le centinaia comparsi sotto il suo post, nonostante non ci fossero interazioni con essi dell’autore e nessuno gli avesse mai chiesto di eliminarli, nemmeno attraverso gli strumenti di segnalazione di Facebook».
L’obbligo di rimuovere i post offensivi
Ad avviso dell’associazione se la condanna fosse confermata, imporrebbe un obbligo di rimozione fondato sulla presunta conoscenza dei commenti, troppo gravoso per qualsiasi scrivente. Una sentenza che porterebbe gli utenti ad autocensurarsi, come avverte l’organizzazione internazionale Article 19, con il rischio di limitare la libertà di espressione e il confronto pubblico, soprattutto per giornaliste e giornalisti che usano i social.
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