Cultura
Giant Claw – Decadent Stress Chamber: La cattedrale frantumata del demiurgo post-vapor :: Le Recensioni di OndaRock
Da oltre dieci anni, Keith Rankin si muove tra le frontiere del frastagliato panorama elettronico contemporaneo. E lascia un segno. Alieno agli amanti delle sonorità confortevoli, l’orizzonte della sua ricerca è mappato da etichette evanescenti come epic collage, utopian virtual, footwork, deconstructed, plunderphonics, future bass – tutte o quasi frutto della palingenesi con al centro Oneohtrix Point Never, e tutte quante nuovamente riassunte da Rankin e i suoi molteplici alter ego creativi.
L’apporto del musicista dell’Ohio non si limita alle dozzine di album distribuiti fra numerosi progetti che lo vedono coinvolto (il più in vista Death’s Dynamic Shroud), ma contempla in modo essenziale la label Orange Milk Records di cui è fondatore, per la quale realizza personalmente le copertine delle uscite di alcuni delle figure chiave della galassia post-vaporwave come Machine Girl, Nmesh, Andy Loebs, Galen Tipton, Tropical Interface, Cvn.
Finora il nome Giant Claw ha espresso la più progressiva e musicalmente austera delle personalità artistiche nel suo ampio ventaglio, esplorando sontuosi paesaggi midi e sfiorando la classica contemporanea nell’avventuroso “Mirror Guide” del 2021. Giusto per fugare ogni rischio di incasellamento, l’album del 2025 “Decadent Stress Chamber” è invece l’episodio più pop pubblicato dal progetto in tempi recenti, una girandola di sminuzzamenti vocali e pennellate synth-pop che potrebbe conquistare tanto gli amanti dell’Idm vecchia scuola che quelli dello scintillante hyper–prog dei Magdalena Bay.
Otto brani, trentasei minuti e poco più, e una centrifuga stilistica sempre alla massima potenza per accostare ogni elemento capiti a tiro. Ecco dunque collidere nella title track grigiori electro-industrial, vaghi cori sintetici e luminosissime lame tintinnanti. In “No Life” un beat french house stile Justice si immerge in un flusso quasi new age e il languore synthwave di “Die Endlessly” guadagna un che di astratto dalla freddezza dei timbri impiegati.
Non paghe della già abbondante ampiezza di raggio, le traiettorie si allargano ancora: “Something To Believe In” e “Desire Despair” mettono in chiaro la rilevanza dell’ingrediente rock, e il respiro epico ed elettro-cameristico dell’iniziale “Pulled Me In Dark” – con quel piglio massimalista e platealmente björkiano – potrebbe perfino agganciare chi si è fatto avvincere dal percorso più recente di Rosalía.
Fra strappi paradossali e improvvisi mutamenti di forma, il disco vive in una zona liminale dove l’elemento ipercinetico è talmente amplificato da sfociare in un equilibrio ieratico. Come un vortice vetrificato, o un cristallo che brilla attraverso le sue fratture. A volte il fascino nasce dalla mancanza di grazia.
09/12/2025




