“Gianluca Grignani ha chiesto il mio numero a Carlo Conti? Ce l’ha, non è mai cambiato. Se vuole chiamarmi, io sono qui”: così Laura Pausini
La vigilia della finalissima di Sanremo 2026 serve a Laura Pausini per riordinare i tasselli della sua partecipazione al Festival, chiudendo le polemiche innescate nei giorni scorsi e difendendo le proprie scelte artistiche. Nel corso della conferenza stampa all’Ariston Roof, la co-conduttrice ha affrontato per prima la questione più spinosa sul piano mediatico: l‘attacco frontale ricevuto da Gianluca Grignani al termine della serata cover.
Il caso Grignani
Rispondendo alla provocazione del cantautore milanese, che venerdì sera aveva chiesto a Carlo Conti se nel mazzo di fiori ci fosse anche “il numero della Pausini per poterla chiamare“ (strascico della nota disputa estiva sui diritti de La mia storia tra le dita), la cantante ha optato per una replica asciutta e fattuale. “Gianluca ce l’ha già il mio numero, perché non l’ho mai cambiato. Se vuole chiamarmi, io sono qui e aspetto quello che vuole”, ha chiarito Pausini, chiudendo il discorso con una precisazione sul proprio ruolo: “Io faccio la cantante, canto le canzoni e cerco di fare del mio meglio”. Nessuna contro-polemica, dunque, ma un richiamo ai confini della propria professione.
“Heal the World” come inno per la pace
Spazio poi anche per una replica alle critiche ricevute per l’esibizione sul tema della pace, giudicata da alcuni commentatori come eccessivamente didascalica e accostata alla retorica della “pace nel mondo” tipica dei concorsi di bellezza. Un giudizio che la cantante ha respinto analizzando la costruzione del momento televisivo: “Finché per alcuni sarò solamente ‘una cantante italiana che va in Sud America’ e non un’artista che utilizza la voce per dire delle cose, forse non basterà mai”, ha esordito, spiegando poi la genesi dell’esibizione sulle note di Heal the World. L’idea, sviluppata con il coreografo Luca Tomassini, è nata dall’osservazione di un video documentario su un gruppo di monaci tibetani in cammino attraverso l’America, intenti a lasciare un fiore in ogni città. “L’intuizione di affidare ai bambini il gesto del fiore da donare è stata invece di Carlo Conti”, ha precisato.
Pausini ha infine rivendicato la scelta di un linguaggio universale e privo di sovrastrutture: “Credo che la semplicità sia la chiave per raggiungere un pubblico così vasto. A volte c’è bisogno di un messaggio molto corto e diretto”. Rigettando l’accusa di cliché, ha sottolineato come il messaggio passasse anche attraverso la tecnica vocale e la presenza scenica: “La nostra non era solo una dichiarazione verbale. Io stessa ho cantato delle parole che iniziavano in falsetto per poi diventare a voce piena. Quello è un messaggio”.
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