Gerhard Vanzi e le maratone: «La bici ha dato vita all’estate in Val Gardena» – Pusteria Gardena Badia
BOLZANO. Eravamo cinque amici al bar… Oddio, non proprio al bar ma cinque amici si. A Selva, un giorno di qualche tempo fa. Si pensava ai maestri di sci, che sono uno dei motori della valle, loro, la neve, gli impianti, le piste. Ma fermi – era estate – a inventarsi qualcosa da fare dopo aver lavorato dalla mattina alla sera per tutto l’inverno. «Mi sono, ci siamo chiesti: lasciamo le cose come stanno?». A vedere che è successo dopo e cosa si è inventato in particolare Gerhard Vanzi, la risposta è no, non hanno lasciato le cose come stavano.
«Perché col freddo un sacco di movimento e, soprattutto, di lavoro per tutti e col caldo, meglio, col tiepido, no? La soluzione è stata la bici».
La fa facile Vanzi, gardenese e mai fermo, a dire bici. In realtà è la mountain bike. La quale ora sta al centro di uno dei business più floridi delle Dolomiti e che invece, prima di lui, se ne stava nelle rimesse degli specialisti. Sola e pensosa. Oggi, a Selva Gardena, per dire di un centro tra i tanti, ci sono 12 punti di noleggio per questo mezzo-icona della montagna 4.0 e, soprattutto, si sono messe in azione, e questo all’inizio, già cento guide per chi vuol fare escursioni sulle due ruote, il nuovo sport dei campi verdi d’erba e senza neve. Ogni paesino ha almeno tre noleggi.
«Lavoro e nuovi mercati» così Vanzi definisce questa intuizione. La cui punta di diamante e luogo fisico nel quale la bike è diventata quello che è ora, si chiama Hero Uci Marathon, Uci sta per unione ciclistica internazionale, il che vuol dire un “cappello” istituzionale senza se e senza ma. Hero, è una questione che ha a che fare con l’eroismo di chi si fa quattro passi in un giorno finendo, a sera, senza più fiato ma con gli occhi che brillano. Vanzi, di questa “Hero”, tremila partecipanti, in arrivo con la candidatura il mondiale Uci marathon del 2030 ancora in val Gardena, è il cuore e l’anima, tecnicamente Ceo della società di gestione della stessa. Ha due figli, Nicole di 22 anni e Lukas di 18.
Le tolgono tempo?
No, anzi. Sono io che tante volte non riesco a trovarne per loro. Ma c’è, per fortuna, Sabine, mia moglie. Io a volte sono travolto dalle cose.
Partendo da quando?
Sedici anni fa. E da cinque amici.
Che idea è stata?
Guardandoci intorno. L’economia della valle ruotava solo d’inverno. Sci, impianti, maestri, hotel pieni. Poi, d’estate, il rallentamento.
Drammatico?
Beh, no. Ma sensibile.
Tuttavia?
È evidente che il motore del turismo, oltre alla bellezza dei luoghi, da decenni è trainato dallo sport, sci da fondo a da discesa.
E d’estate?
Tutto era lasciato all’iniziativa dei singoli. Passeggiate, escursioni. Niente di sportivamente trainante. Si trattava di individuare un target.
Un target? In che senso?
Nel senso di passione sportiva possibile e di strumento per farne diventare motore di valle estivo. È lì che è arrivata l’idea della mountain bike.
Ma non esistevano già sia lei che i praticanti?
Beh, in tanti posti si leggeva: «Sorry, no bike».
E perché?
Nei sentieri si avvertiva il pericolo di questi solitari ciclisti che si gettavano a capofitto in mezzo ai turisti a piedi. Era chiaro che la questione andava sviluppata ma anche regolata.
Come avete lo è stato di risolverla?
Abbiamo superato il gap con le guide di bike. Una nuova professione, in fondo. Che copriva anche una emergenza lavorativa oltre la stagione invernale, già satura di personale addetto. Questi accompagnatori specializzati sono diventati quelli che sono i maestri di sci sulla neve. Selezionando i percorsi in base alla preparazione, salgono in quota con i ciclisti, proteggono da eventuali incontri.
Perché la Hero?
Per fornire all’idea una cornice di assoluta qualità. Una gara di prestigio dentro il patrimonio montano Unesco più spettacolare del pianeta. La forza di una idea sportiva capace di diventare snodo di attrazione per migliaia di appassionati.
Ce l’avete fatta?
Sì. Ha significato mettere a terra una intuizione che poteva franare ad ogni momento. Non è accaduto perché ci abbiamo creduto con tutto il cuore.
Che accade nella Hero?
La forza, il coraggio, la volontà di mettersi alla prova, il piacere di partecipare ad una impresa collettiva, la montagna e i suoi valori.
Anche i valori?
Si è soli. E si tocca l’estremo. La montagna è questo: spesso solitudine e estremità delle cose del mondo.
Cosa si fa?
I concorrenti sono in sella per dieci ore. Si fanno quattro passi, dal Gardena al Campolongo e su per il Pordoi, partono alle sette di mattina e chi ce la fa, arriva alle sette di sera. In apnea.
Che gli dicono, se mai potesse parlar a tutti loro, quei tremila che ci si mettono?
Salire e scendere, poi subito risalire, non si riesce quasi a respirare. È il dislivello più arduo del mondo.
E in Gardena che le dicono?
Ora la Uci Marathon è una delle eccellenze della valle e delle intere Dolomiti. Come la coppa del mondo di sci. O forse più, visto le migliaia di biker che la fanno o che comunque si allenano per settimane qui. E l’indotto che generano.
Solo questione economica?
No. Non solo. C’è dentro Hero la fatica e la solitudine, la sfida a se stessi e alla natura della montagna. Si va di gambe e di testa. Sul piano turistico si è messo in campo un nuovo snodo dello sviluppo turistico, ma sostenibile. Niente impianti o motori.
Il futuro?
Tutto il mondo che si spera che torni qui nel 2030, per il campionato del mondo Uci, così come si era fatto ospitandolo nel 2015. Se ce la si farà, sarà un sogno che si avvera. Un altro ancora.




