Geopolitica no grazie, i mercati privati e il microcredito alla prova dell’instabilità

Negli ultimi anni il contesto geopolitico è tornato a essere un fattore centrale nelle decisioni di asset allocation. Il conflitto tra Russia e Ucraina, le tensioni in Medio Oriente, il progressivo irrigidimento delle relazioni tra Stati Uniti e Cina e la frammentazione degli equilibri globali hanno riacceso la volatilità sui mercati tradizionali, incidendo in modo diretto su inflazione, tassi di interesse, catene di approvvigionamento e flussi di capitale. In questo scenario, il tema della decorrelazione degli investimenti rispetto ai rischi geopolitici assume un valore strategico.
I mercati privati, il microcredito, e più in generale la microfinanza, rappresentano un caso interessante. A differenza di azioni e obbligazioni geovernative, fortemente sensibili a shock geopolitici e a decisioni di politica monetaria legate a crisi internazionali, il microcredito è strutturalmente ancorato a dinamiche microeconomiche locali. I flussi di rimborso derivano da milioni di piccoli prestiti concessi a famiglie e microimprese che operano prevalentemente nei mercati domestici e informali, spesso poco integrati nei circuiti finanziari globali. Di fatto i paesi in cui il microcredito è più sviluppato sono spesso ai margini delle dinamiche geopolitiche, per via della loro secondaria importanza sul piano economico globale. E se da un lato, proprio in virtù di questa precisazione, l’investimento in mercati emergenti viene considerato più rischioso, quando si parla di obbligazioni governative o grosse società private, al contrario l’estrema frammentazione e granularità dei prestiti legati all’economia reale è un fattore essenziale per mitigare il rischio.
Il track record mostra come i Microfinance Investment Vehicles (MIVs) abbiano storicamente registrato correlazioni basse o prossime allo zero rispetto ai principali indici azionari e obbligazionari globali, anche durante fasi di forte stress geopolitico e finanziario. Questo non significa che il microcredito sia immune dalle crisi, ma che i canali di trasmissione del rischio sono diversi e meno immediati. Così come comprovato dall’andamento delle statistiche sul ritardo nei rimborsi delle rate di sofferenza del portafoglio crediti, che vedono il ritardo oltre 30 giorni, PAR30, rimanere stabile nel corso del tempo.
Durante conflitti armati o tensioni geopolitiche globali, i mercati finanziari reagiscono rapidamente attraverso repricing del rischio, fughe verso asset rifugio e aumento della volatilità. Il microcredito, invece, risente in modo più indiretto di questi eventi, principalmente attraverso effetti secondari come l’aumento dei costi di funding, il rischio di cambio o il rallentamento dell’economia reale locale. Anche nei periodi di forte instabilità globale, le performance dei fondi di microfinanza hanno mostrato una maggiore stabilità dei rendimenti, seppur a fronte di ritorni più contenuti rispetto agli asset rischiosi tradizionali. Questo è particolarmente vero quando si parla di zone del mondo come il centro Asia ad esempio, in cui l’impatto delle questioni attuali è secondario e lontano.
Per gli operatori finanziari, questo profilo rende il microcredito una possibile ancora di stabilità in un mondo caratterizzato da conflitti persistenti e crescente incertezza geopolitica. In un contesto in cui le guerre influenzano direttamente prezzi dell’energia, inflazione e debito sovrano, l’esposizione a un’attività meno sensibile agli equilibri geopolitici globali può contribuire a migliorare la resilienza complessiva del portafoglio. In sintesi, il microcredito non va letto come un’alternativa agli asset tradizionali, ma come un complemento decorrelante, particolarmente rilevante in fasi storiche segnate da guerre, tensioni internazionali e frammentazione dell’ordine economico globale. Una caratteristica che, oggi più che mai, torna al centro delle valutazioni strategiche degli investitori istituzionali.
*Investor Relations Management Director, MK Global Kapital
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