Geografie del corpo e ferite di confine: il grido di Nuuk e il silenzio iraniano
C’è una letteratura che non serve a passare il tempo, ma a misurarlo attraverso le cicatrici. È quella che nasce ai margini, dove la carta geografica si sfilaccia e il sangue si mescola alla terra o al ghiaccio. Due titoli recenti, pubblicati da Iperborea e Utopia ci portano dove l’identità non è un dato acquisito, ma un campo di battaglia.
Iniziamo dal Nord, ma scordatevi le cartoline rassicuranti della Groenlandia fatta di iceberg e silenzi millenari. In Una notte a Nuuk, l’esordio fulminante di Niviaq Korneliussen (tradotto con sensibilità da Francesca Turri), la capitale groenlandese è un groviglio di neon, alcol, messaggi WhatsApp e desideri compressi. Korneliussen lancia una granata dentro il perbenismo post-coloniale di un Paese che non ha ancora smaltito il trauma della dominazione danese.
Attraverso cinque voci che si alternano come in una jam session disperata, entriamo nelle vite di Fia, Sara, Ivik, Inuk e Arnaq. Sono giovani, sono queer, e sono stanchi. Stanchi di sentirsi groenlandesi secondo i canoni degli altri, stanchi di un isolamento che non è solo geografico ma esistenziale. La forza del libro risiede nella sua sfrontatezza: la scoperta dell’omosessualità non è trattata come un tema da salotto letterario, ma come una rinascita necessaria, un atto di sabotaggio contro il vuoto.
Korneliussen usa una prosa cruda, sincopata, che riflette il ritmo delle feste fino all’alba e dei flussi di coscienza. C’è chi scappa in Danimarca per poi capire che “casa” è solo dove riesci a essere te stesso, e c’è chi, come Arnaq, annega gli abusi del passato nel cinismo e nei cocktail. È un romanzo che fa male perché è vero, romantico nell’accezione più violenta del termine, e ci ricorda che sotto il ghiaccio ribolle un fuoco che nessuna appartenenza nazionale può spegnere.
Spostiamoci a Oriente, dove il confine non è solo una linea immaginaria tra Groenlandia e Danimarca, ma una dogana di carne e burocrazia. Ciechi al rosso, di Aliyeh Ataei (nella preziosa traduzione di Giacomo Longhi e Harir Sherkat), è un’opera che scava nel paradosso di chi nasce migrante anche restando fermo. La narratrice è una ragazza afghana cresciuta in Iran: una condizione di eterna estraneità, dove sei troppo “altra” per il Paese che ti ospita e troppo “distante” da quello che hai lasciato.
Ataei intreccia la cronaca familiare con la grande storia, quella che non si legge nei manuali ma si respira nella polvere dei check-point. Il padre malato diventa la metafora di un’instabilità geopolitica cronica, mentre le ferite lasciate dal comunismo e dalla guerra civile si riflettono nell’incomunicabilità tra generazioni. Essere donna, intellettuale e profuga significa dover negoziare ogni millimetro di spazio vitale.
La prosa di Ataei è nitida, quasi clinica nella sua capacità di descrivere l’orrore e la bellezza, ma carica di una malinconia che toglie il fiato. Non è solo un affresco sul Medio Oriente; è un’analisi universale sulla perdita di appartenenza. “Si è migranti anche da sedentari”, scrive l’autrice, ed è questa la lezione più dura: la patria è un’illusione che si frantuma sotto il peso della guerra e del pregiudizio.
Cosa unisce la notte di Nuuk alle strade orientali? Apparentemente nulla, eppure tutto. Entrambi i testi esplorano il corpo come territorio politico. Per i protagonisti di Korneliussen, il corpo è lo strumento per rompere il tabù sessuale e coloniale; per la protagonista di Ataei, è il documento d’identità che le viene costantemente contestato.
Sia Iperborea che Utopia ci consegnano due voci necessarie per uscire dal nostro etnocentrismo pigro. Sono libri che non si limitano a raccontare storie, ma ci costringono a guardare il mondo attraverso gli occhi di chi è abituato a essere invisibile. In un’epoca di muri che tornano ad alzarsi e di identità usate come clave, leggere Korneliussen e Ataei è un esercizio di resistenza intellettuale. Non aspettatevi consolazione: queste sono pagine che scottano, che gelano, che chiedono conto del nostro sguardo. Ma è proprio in questo attrito che la letteratura torna a essere, finalmente, indispensabile.
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