Puglia

genitori e figli al concerto all’Eremo

Francesco De Gregori ha la capacità di abbattere il muro del tempo. È passato all’Eremo club di Molfetta per il tour che celebra i 50 anni di “Rimmel”, uno fra i tanti suoi album iconici, e il fatto che 50 anni siano mezzo secolo, alla fine del concerto, poco importa. Sarà perché lui è in grande forma, sale sul palco puntuale e se ne va dopo quasi due ore. Sarà che il club è la dimensione perfetta, crea l’intimità giusta con il pubblico, e lui non si tira indietro: canta e suona l’armonica, scherza con la gente e la lascia cantare. Se il tempo più che fermarsi sembra non esistere più, però, il motivo è un altro, ed è da ricercarsi fra le persone che hanno sfidato la pioggia e il vento, per andare ad ascoltarlo.

Già, perché a riempire l’Eremo club – inevitabilmente sold out, fra i presenti anche Caparezza e Licia Lanera – ci sono come minimo tre generazioni: madri, padri e figli, e pure nipoti. Si intravedono capi canuti e passeggini, tutti nello stesso posto. E non c’è da fare il paragone con fenomeni più recenti, in cui genitori più o meno riluttanti sono costretti ad accompagnare i figli a vedere l’idolo del momento – che sia Taylor Swift, Harry Styles o i Maneskin e Achille Lauro – qui la situazione è opposta: sono stati i figli a fare un regalo ai genitori e portarli a sentire De Gregori, con nipoti al seguito. Hanno permesso alle loro madri e ai loro padri di riconnettersi con la gioventù, a loro stessi di ritornare all’infanzia, a quando la voce di De Gregori si diffondeva dallo stereo di casa, e hanno passato a loro volta il testimone ai figli che nel frattempo hanno generato. Il muro del tempo si è abbattuto in una notte di febbraio, in un club sul mare.

Perché “Rimmel” la conoscono le mamme e pure i loro figli ormai diventati adulti, e ci si ritrova a scaldare le voci insieme su “Generale” e “La leva calcistica della classe ‘68”, su “Pezzi di vetro” e “Alice”. Non è stato raro, durante il concerto, sentire qualcuno dire “Io c’ero, quando è uscita questa canzone”, qualcun altro ricordare di aver conosciuto De Gregori proprio con “Alice”, e di non averlo più mollato. C’era chi ha giurato di essere stato presente all’uscita di “Banana Republic” e di aver assistito a una delle esibizioni di De Gregori con Lucio Dalla; chi ha tenuto in braccio il proprio bambino per tutto il concerto e ha ballato su “Buonanotte fiorellino”.

De Gregori transgenerazionale, si direbbe, ma la magia che si è creata in una sera piovosa di febbraio è stata qualcosa di più: l’abbattimento stesso dei limiti temporali, una comunanza di emozioni che sono le stesse per chi è nato negli anni ’60 e chi ben dopo il 2000. Potere della musica, o meglio di un “Principe” che ha consegnato a tutti canzoni universali, che a ben ragione si possono dire immortali. “Ho freddo, torniamo a casa”, ha detto una madre a suo figlio a fine concerto. Lui, ormai più alto di lei e barbuto, l’ha presa sottobraccio e le ha sorriso, rallentando il passo e avviandosi all’uscita. E sicuramente, nello sguardo complice che si sono scambiati, avranno pensato la stessa cosa: “Sempre e per sempre, dalla stessa parte mi troverai”.




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