Società

Futuro rubato ai giovani, Umberto Galimberti: “La nostra cultura ha cancellato le loro speranze”

Umberto Galimberti ha compiuto, da poco, 84 anni e li ha festeggiati nel modo che preferisce: parlando di giovani, di verità e di quella dimensione del futuro che, secondo il filosofo, è stata sottratta alle nuove generazioni.

Ospite del programma “In Altre Parole” su La7, lo studioso presenta il suo ultimo libro “Le disavventure della verità” (edito da Feltrinelli) e offre uno spaccato lucido e impietoso del nostro tempo.

I giovani e il futuro cancellato

Galimberti mette subito in guardia da un errore frequente: paragonare il malessere giovanile di oggi con quello del passato. “I ragazzi di oggi stanno male per un problema culturale grosso”, spiega. “La nostra cultura ha tolto loro il futuro”. E non è un dettaglio, perché per l’Occidente il futuro rappresenta una categoria fondante: il cristianesimo lo identifica con la salvezza, la scienza con il progresso, il marxismo con la giustizia terrena.

“Se togliamo questa categoria ai giovani, ecco il loro star male”, sottolinea Galimberti. “Nella vita non vai avanti perché qualcuno ti spinge, vai avanti perché qualcosa ti attrae. Se davanti non c’è niente, si cerca l’anestesia”. Ecco perché, secondo il filosofo, le droghe non vengono assunte tanto per il piacere che possono dare, ma come strumento per anestetizzare l’angoscia che si prova guardando un futuro che non c’è.

Un’infanzia difficile e un’ascesa meritocratica

La storia personale di Galimberti è un esempio di riscatto sociale che oggi sembra quasi impossibile. Decimo di dieci fratelli, orfano di padre a quattro anni, cresce con la madre maestra che portava a casa l’equivalente di trenta euro. A quattordici anni sarebbe dovuto andare in una fabbrica metalmeccanica, ma un prete lo salvò: diecimila lire al mese in cambio di recensioni sugli oratori milanesi, e così poté studiare in seminario.

Compagno di banco del cardinale Carlo Maria Martini, Galimberti ricorda con affetto quegli anni e quel rapporto che è sopravvissuto nonostante le distanze in termini di fede. Ma è il suo percorso in Germania a raccontare un’Italia che non c’è più: “In una mattinata trovavo tre posti di lavoro”, ricorda. “Dormivo in una prigione minorile, eravamo greci, turchi, italiani”. Tre franchi e quaranta l’ora e un futuro che, per quanto incerto, appariva ancora costruibile con le proprie mani.

La verità sacrificata ai rapporti di forza

Il cuore del nuovo libro è la riflessione su come la verità venga oggi sacrificata. Galimberti parte da un esempio di attualità: “Trump è un negazionista, nega l’evidenza”. E spiega come il negazionismo assuma forme diverse: si può negare direttamente, come quando si afferma che la Russia non è responsabile della guerra in Ucraina, o si può ricorrere al discredito (“gli immigrati sono tutti criminali”) o al giustificazionismo.

Il linguaggio diventa strumento di manipolazione: il massacro diventa “danno collaterale”, la deportazione si trasforma in “trasferimento di popolazioni”. “Si addolcisce tutto, in modo tale che non appaia mai la realtà così com’è”, denuncia il filosofo.

L’attenzione frammentata e la fine dell’umanesimo

Il problema si aggrava con la trasformazione del nostro modo di prestare attenzione. “Non c’è più l’attenzione di chi legge un libro, c’è l’attenzione di chi gira le immagini sul telefonino”, osserva Galimberti. “Una riduzione della tempistica: devi colpire immediatamente. Non importa che sia vero o falso, importa che tanta gente veda quel messaggio”.

E su questa scia, una provocazione che ha fatto discutere: “Gli ultimi umanisti sono stati Hitler, Mussolini e Stalin. Con loro è finita l’idea che un singolo uomo potesse risolvere i problemi della storia”. Oggi gli autocrati sono semplicemente rappresentanti di apparati economici e tecnologici. “A governare il mondo non è più un uomo”.

L’amore e la solitudine: il segreto di una vita

Galimberti parla anche di Tatiana, la moglie scomparsa nel 2008 dopo 41 anni insieme. “Era super intelligente”, ricorda. “Professore di biologia molecolare all’Università di Milano”. La definisce “la grande verità profonda della sua vita” e racconta di quando le chiese perché fosse venuta con lui. Lei rispose: “Con te ho cominciato a respirare la libertà”.

Oggi, da solo, il filosofo riflette sulla solitudine. A chi gli chiede perché non si cerchi una compagna, risponde con la consueta lucidità: “Per 40 anni abbiamo lavorato anche il sabato e la domenica. Se trovo un’altra fidanzata e questa vuole fare il weekend, cosa si fa nel weekend?”

Un modo ironico e profondo per dire che l’amore vero è fatto di alterità, di rispetto del mistero dell’altro. “Tutti dicono ‘mio marito’, ‘mia moglie’, ‘mio figlio’ – ma cosa c’è di tuo veramente?”


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