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FRANKIE and Kelman Duran – McArthur: Da Berlino a Los Angeles, andata e ritorno :: Le Recensioni di OndaRock

C’è una linea immaginaria che collega l’estetica tropicale del McArthur Park di Los Angeles e il neoromanico della Zwölf-Apostel-Kirche (letteralmente “Chiesa dei XII Apostoli”) situata nel quartiere berlinese di Schöneberg. Due spazi diametralmente opposti per concezione e storia, ma che in qualche modo hanno ispirato le nove tracce di “McArthur”, primo disco del duo composto dalla compositrice e cantante tedesca FRANKIE, all’anagrafe Franziska Aigner, e il dj e produttore dominicano-americano Kelman Duran, uno che, tra le varie cose, ha contribuito significativamente in “Renaissance” di Beyoncé, nello specifico nei brani “I’m That Girl” e “HEATED”, così come alle musiche del film “Rodeo” di Lola Quivoron.
I due si sono incontrati nel 2022 tra le mura della cattedrale evangelica tedesca e hanno gradualmente intrapreso un cammino dannatamente singolare, inaugurato in “preghiera” e proseguito con un proficuo scambio di partiture e bozzetti, attraverso nuovi incontri sia ad Atene che a Los Angeles.

“McArthur” nasce però da qualcosa di più profondo, ovvero da una ricerca del sé in quello che Duran tende a definire uno “spazio negativo”, dentro il quale magari avvolgere di volta in volta improvvisazioni jazz e frattaglie alle macchine in chiave deconstructed club, come ben mostra l’imprendibile “SLINKY”, tra cicale, melodie al piano e un coro di bambini che avrebbe fatto gola a Kubrick, prima che la tromba di Alex Zhang Hungtai dei Dirty Beaches strapazzi il resto.

Fuoco maledetto e acqua santa: in “McArthur” coesistono tanti elementi contrapposti. “BWV 639” è infatti una rielaborazione di una cantata di Bach, suonata per l’occasione dalla pianista Iris Moldiz, che ha registrato la sua parte al Mozarteum di Salisburgo. È una ballata spettrale intonata da una specie di angelo posseduto mentre osserva impotente il proprio big crunch interiore. E ancora il violoncello di Aigner in tenuta ecclesiastica che sposa brucianti percussioni in “Techno 127 BPM” o l’introduttiva (e gemella) “GRAYT”, il cui video di accompagnamento, realizzato in collaborazione con Enad Marouf e Margarita Maximova, ruota intorno a coreografie scostanti con tanto di scenario lo-fi da cornice.

“Siamo in viaggio verso qualcosa, eppure scegliamo di non arrivare”: è il concept, un po’ Kerouac e un po’ Proust, narrativo e tematico di un album in cui l’approccio di partenza al sacro è profanato di continuo.
Dunque dissonanze e stasi. C’è appunto un caos calmo, per dirla con Veronesi, che regna supremo qui e là, anche quando, come in “Medicine”, l’unico scopo è banalmente quello di narrare la fine di una lunga relazione, rievocata a mo’ di esorcismo, per un brano prodotto da Duran nel Warp Studio, che si affaccia, guarda caso, sul McArthur Park.

Con “McArthur” FRANKIE & Kelman Duran danno vita a una danza surreale, nella quale elettronica sperimentale e inserti free jazz collidono come protoni lungo quel fatidico tratto, esposto in attacco, che lega metaforicamente la chiesa berlinese e il parco losangelino. Nel mezzo zone d’ombra emotive e slanci religiosi, a stuzzicare demoni e santi in uno dei debutti più intriganti di inizio anno.

01/02/2026




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