Francesca Albanese: incontro all’Università di Trieste
21.11.2025 – 20:26 – Accolta dalla Bora e da applausi scroscianti, la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese ha tenuto un incontro all’Università di Trieste. L’aula con capienza di 200 posti aveva tutte le sedie occupate, decine le persone in piedi; in collegamento c’erano altre tre aule piene. Tra il pubblico non c’erano solo studenti, ma anche persone esterne, interessate, curiose. C’è chi è venuto a Trieste solo per vedere la conferenza, chi ha preso ferie, chi ha saltato lezione, chi ha posticipato il treno di ritorno a casa per il week-end. Ogni tanto, quando gli applausi sono troppo forti, si sente un bambino di forse un anno che piange tra le braccia della madre che cerca allo stesso tempo di consolarlo, ascoltare le parole della relatrice e applaudire.
L’incontro è stato organizzato dalla lista universitaria Link Trieste insieme alle associazioni “Assemblea per la Palestina” e “Salaam ragazzi dell’olivo – Trieste”. La relatrice era stata contattata quasi un anno fa da Link Trieste ma, per i tanti impegni istituzionali, riunioni e incontri a cui Albanese deve partecipare, l’evento a Trieste è stato programmato per il 21 novembre. La relatrice infatti si trova in città per ricevere in serata, al Teatro Miela, il Premio Luchetta ‘per aver denunciato che quanto accadeva a Gaza si configurava come un genocidio’. In questa occasione Albanese, rivolta ai giornalisti, ha citato l’incontro avvenuto nel primo pomeriggio per rispondere alle domande sulla delineazione di colpe di fronte al massacro palestinese: ‘le responsabilità, come ho detto all’Università, non è fatto solo d’industria, ma anche di un tessuto che non è statale, è fatto di banche, aree di produzione agricola, enti per il turismo’.
Le parole dell’incontro vogliono risvegliare coscienze e creare consapevolezze. La dottoressa Albanese ha recentemente pubblicato il libro “Inside. Dentro la violenza di Israele”, in cui raccoglie i rapporti che ha stilato in questi anni di continua ricerca: sei rapporti in tre anni di mandato, dal 2022 al 2025. La relatrice ha spiegato come ci sia un’ampia corresponsabilità di colpe, non solo politiche, ma anche economiche.
Viene delineata una situazione nella Striscia di Gaza ancora tragica, un ‘non luogo’ in cui non entrano gli aiuti umanitari: ‘i camion che passano sono per la maggior parte commerciali, sono beni che vengono venduti a Gaza. Ci sono tante, troppe famiglie che vivono nelle tende e non hanno accesso neanche all’acqua’. Si è parlato per qualche giorno di un cessate il fuoco, ma ora la questione sembra essere accantonata: ‘In questo tempo si è creato quasi un alibi per convincerci che non sta succedendo più niente, ci dicono di voltarci dall’altra parte, di occuparci del Sudan. Certo, lo facciamo, occupiamoci anche dei nostri diritti, però oggi la Palestina è una causa universale’.
‘Ma perché sta succedendo? Perché, nonostante tutti gli obblighi internazionali, Israele continua a disporre della vita dei Palestinesi e delle loro terre, o quello che ne resta, in totale impunità?’ ci invita a riflettere Albanese. L’incontro delinea così gli aspetti tecnici-giuridici che entrano in gioco in un scenario così complesso e così ingiusto: emerge la fragilità del diritto internazionale di fronte a un mondo immorale, dove il potere è in mano a persone, aziende, governi, che vivono nell’individualismo e nella massimizzazione del profitto.
La narrazione che si fa di un conflitto ne definisce l’immaginario collettivo. La stessa definizione di “genocidio”, e l’accusa di compierlo, biforca radicalmente le opinioni. ‘L’intento genocida in questo crimine – la devastazione che Israele ha portato al popolo palestinese – è difficile da provare. Questo perché in un mondo normale un genocidio è difficile da commettere: abbiamo un ordinamento giuridico tale che ci sono una serie di avvisaglie per prevenire un crimine di proporzioni immense. Un genocidio richiede un elemento collettivo, perché non viene commesso da una sola persona’.
“Boicottare” è un’altra parola che risuona in aula: nell’ultimo rapporto la relatrice è riuscita a condurre un’inchiesta su 48 aziende, tra le quali ci sono realtà che sono state fondamentali per sfollare i palestinesi dalle loro terre. ‘Per cacciare le persone dalle proprie terre servono le armi, le ruspe, le macchine per estirpare gli alberi’. Per controllare e occupare le terre ‘Israele costruisce sapientemente delle colonie intorno a villaggi palestinesi utilizzando imprese e materiali di costruzione europei’. Anche i finanziamenti che arrivano dalle banche, dai fondi pensione, dalle università hanno facilitato l’azione israeliana.
E una narrazione non solo crea parole, ma cerca di cancellarle: ‘Gli israeliani non capiscono di cosa stiamo parlando quando citiamo la Cisgiordania o il 1967. Lo Stato ha fatto sistematicamente sparire i confini del territorio occupato dalle mappe: per loro c’è un territorio unico, e chiamano la Cisgiordania “Giudea e Samaria” da più di 40 anni’.
La repressione delle manifestazioni negli Stati europei è un segno che ai vertici del potere ci sono interessi più importanti rispetto alla protezione dei cittadini. Così durante le ultime proteste si è visto con chiarezza una “palestinizzazione” e un’”israelizzazione” nelle relazioni tra Stato e cittadini. ‘Ed è spaventoso’, commenta Albanese.
Per chi fosse interessato ad ascoltare tutto l’incontro, è disponibile la diretta sul profilo Facebook di Link Trieste (cliccando qui).
[a.c.]




