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Flying Moon In Space – Immer Für Immer: Rituali nel cosmo :: Le Recensioni di OndaRock

Esistono dischi che sembrano nascere da una progettazione precisa e altri che invece danno l’impressione di essere emersi da un processo quasi organico, come se la musica si fosse semplicemente sedimentata nel tempo. “Immer Für Immer”, terzo lavoro dei Flying Moon In Space, appartiene chiaramente alla seconda categoria. Si tratta di un album che non si lascia circoscrivere con facilità: al contrario, è un organismo sonoro in continua mutazione, nato dalla stessa logica che da anni guida il collettivo di Lipsia, tra improvvisazione, intuizione e assenza di gerarchie.

Non sorprende che il progetto sia nato quasi interamente da sessioni improvvisate registrate in un luogo altrettanto particolare: un ex-cinema trasformato in spazio creativo. Un contesto che sembra aver lasciato un’impronta evidente sulla musica, amplificando quella sensazione di profondità e di movimento che attraversa tutto l’album, non a caso intitolato “sempre per sempre”.
In effetti, fin dalle prime battute, emerge una caratteristica che ha costantemente definito la band: l’eclettismo. Più che un semplice collage di influenze, però, “Immer Für Immer” funziona come un crocevia sonoro dove psichedelia, post-punk e kraut-rock si dissolvono l’uno nell’altro. Non è mai chiaro dove finisca un approccio e ne inizi un altro – ed è probabilmente proprio questo il punto.

“Barbarian” apre il viaggio con una ritmica serrata e irregolare che sembra sintetizzare l’intero universo della band: una sorta di salsa kraut in costante movimento, dove i pattern motorik si intrecciano con sequenze elettroniche e chitarre nervose. È un’introduzione quasi programmatica ma anche ingannevole, perché subito dopo arriva “Drifter” che irrompe con la forza di un calcio nello stomaco: batterie iperattive, chitarre sovrapposte, linee vocali filtrate da delay e cori che trasformano il brano in una tempesta post-punk.
Allo stesso tempo, il disco non rinuncia a momenti più atmosferici. Brani come “All That’s Love” rallentano la corsa e aprono spazi più contemplativi: una cassa minimale che pulsa come un faro nel buio, chitarre e synth che emergono lentamente, quasi come riflessi di luce su una superficie d’acqua. Qui il gruppo dimostra di saper gestire anche la sottrazione, lasciando respirare le strutture.

Uno dei punti centrali dell’album è “Where Are You?”, una composizione che attraversa diverse sezioni e sembra riassumere l’approccio narrativo della band. Il brano si apre con una sensazione di caduta improvvisa – come tuffarsi in un mare agitato – e prosegue tra crescendo ripetuti e ritmiche ipnotiche. È uno di quei momenti in cui il linguaggio kraut incontra una sensibilità psichedelica contemporanea.
Il singolo “We Come In Peace” introduce invece una dimensione più concettuale. Sotto l’apparente ironia del titolo (che richiama certi slogan fantascientifici) si nasconde una riflessione sull’alterità e sull’esclusione sociale. L’idea è semplice ma potente, perché forse gli alieni siamo noi. In un mondo che teme costantemente ciò che è diverso, il brano suggerisce la possibilità di trasformare l’estraneità in connessione.

Nel complesso, “Immer Für Immer” riesce a mantenere un notevole equilibrio tra impulso e struttura. Nonostante si percepisca chiaramente che molte delle idee nascono da momenti di jam collettiva, la band riesce comunque a convogliare quell’energia in brani relativamente compatti. Tale approccio richiama la tradizione del kraut-rock classico – da Can a Neu! – pur filtrata attraverso sensibilità più contemporanee, dove elettronica e post-punk giocano un ruolo fondamentale. Più che una semplice raccolta di brani, questo disco appare quindi come un imponente rituale collettivo, contro la sensazione di smarrimento che attraversa la contemporaneità.

19/03/2026




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