Cultura

Flavio Giurato – Il Console Generale: Sottrarsi al tempo per illuminarlo :: Le Recensioni di OndaRock

Dopo le più attente considerazioni
l’inimitabile respiro degli arcieri tibetani
è quello che consiglio
per l’accordatura di tutti gli esseri umani
in tutte le prigioni pubbliche e personali

Per Flavio Giurato il tempo ha un’accezione parmenidea. Non è un caso, infatti, che il cantautore romano sposti le lancette sempre più in là tra un disco e l’altro. Il canzoniere di Giurato non teme mai le logiche di mercato e si muove da secoli come una cometa dall’orbita ellittica che guarda in faccia il sole dopo aver circumnavigato il suo sistema, tenendosi bene alla larga dal fascino letale di detriti, pianeti e satelliti.
“Il Console Generale” non sfugge alle leggi particolari della fisica giuratiana, basti pensare che “per registrarlo non sono serviti leggìo e carta scritta, e nessun diaframma tra il microfono e il suono”, come racconta il musicista. E ancora: “In accordo alle fasi lunari, il disco non ha subito la costrizione di alcun metronomo analogico o digitale”.

Come per “Il manuale del cantautore” e “La scomparsa di Majorana“, anche a questo giro Giurato opera per sottrazione, componendo otto canzoni laterali da cui emergono storie inafferrabili, talvolta prese in prestito da fatti privati passati come in “Laura e il Cubano”.
Giurato parte da una regola aurea: evitare sempre e comunque l’allineamento. Ma visti i tempi, la sua missione è talmente complicata da far vacillare, almeno sulla carta, anche un novello Juan Pujol Garcia.
Eppure, in qualche modo, il tuffatore della canzone d’autore italiana riesce nell’impresa ed evade così ancora una volta le assurde e patetiche regole del gioco, inanellando una dietro l’altra novelle spoglie in apparenza e al contempo ricche di linfa, passando con intrepida scioltezza dall’irriverente viaggio nel cosmo di un bambino prima di addormentarsi (“Intrepid Cosmonaut”) al tatuaggio mai cicatrizzabile di Auschwitz Birkenau, da esorcizzare sorprendentemente con una danza sciamanica (“Tahiti Tamuré”).
Spunta poi l’amore reso impossibile dalle non conformità tecnologiche attraverso una canzonetta leggiadra che ribalta per un po’ gli umori di un disco tanto alieno quanto in sostanza alienato (“Ricarica”).

A Piazza Verbano
nel punto più focale
della futura azione
c’è Carlo Delle Piane
richiesto in posizione
pronti a girare
Silence partout
s’il vous plaît
ça tourne!

Giurato celebra alla sua maniera anche i set d’altri tempi e a cielo aperto di una Roma estinta, e per farlo scarnifica nuovamente, desertifica, compone e scompone i pezzi di ciò che rimane di un’anima in panne (“Atene 4”). È il cuore pulsante dell’album, prima che un piano torni a riaccendere la luce dentro la stanza, con la Capitale che stavolta è epicentro di una poetica indomita, tra arcieri, guastatori, sbarchi e bufere (“Il console generale”).

Sono il Console Generale
le mie regole d’ingaggio
ve le dico dentro l’anima
con la carne per il coraggio
saremo quello che avremo fatto
saremo quello che avremo fatto
saremo il sangue che avremo addosso
saremo il sangue che avremo sparso

In una scena cantautorale sempre più pallida, con i cosiddetti “giovani” menestrelli indie occupati più a osservare l’interno, con tutta la noia che ne consegue, che a restituire finalmente la necessità di uno sguardo esterno, il settantasettenne Flavio Giurato alza l’asticella con la contezza di un Duplantis che sfida la sua stessa ombra per riscoprirsi libero e ancora più in alto.
“Caravan” entra infine in scena frantumando l’essenzialità del disco attraverso una cavalcata irresistibile che brama miraggi, oasi e dune su cui stendersi e magari fare l’amore. È l’inaspettato abbraccio dell’eremita sceso dalla cima di una scogliera per guardarsi magicamente intorno dopo aver contemplato tutto.

16/03/2026




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