Friuli Venezia Giulia

Fiumani: identità e ironia in scena

20.12.2025 – 15.30 – Sapevate che la jota non è solo triestina bensì contesa dal Carso (anche sloveno) e dalla città di Fiume? La scorsa settimana al Teatro Miela di Trieste lo spettacolo Fiumani: europei per tradizione e un po’ per forza è andato in scena, grazie a una collaborazione tra la Comunità croata di Trieste, il Dramma italiano di Fiume (Teatro nazionale croato Ivan Zajc) e la Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. Più unica che rara, l’occasione è stata commovente e a un tempo divertente, scandita dal tono leggero ma non superficiale impresso con stile cabarettistico dei simpaticissimi attori, fiumani ma non solo. Il progetto deve molto al ricercatore in letterature comparate Filip Jegliński, polacco di Varsavia, sul palco nei panni di se stesso, come si vedrà. Recita anche una giovane artista di Catania, Aurora Cimino, che non nasconde il suo accento siciliano e, in un momento meta-teatrale, si definisce più fiumana di alcuni italiani di Fiume, per sottolineare la vocazione della città quale crogiolo di genti differenti. Prima ancora di vederlo, inoltre, l’annuncio dello spettacolo era di per sé sufficiente a toccare alcune corde. Gli italiani di Fiume che cooperano con i croati di Trieste per portare sul palcoscenico del capoluogo giuliano il medesimo evento culturale già rappresentato nel capoluogo quarnerino: ça va sans dire. La serata a Trieste ha rappresentato una prima assoluta in Italia, dopo il successo di pubblico riscosso nella città “cugina”. Si assomigliano Trieste e Fiume. Entrambe affacciate sul mare Adriatico, entrambe debitrici, per i loro fasti pre-novecenteschi, alla portualità asburgica. Ma una di matrice austriaca e l’altra ungherese. Ero a Fiume il 1° febbraio di cinque anni fa e ricordo l’entusiasmo nelle strade cittadine per l’inaugurazione del progetto Fiume capitale europea della cultura 2020: quello che accadde poco dopo, è storia triste e nota. Moltissimi eventi culturali furono annullati o rimodulati in corso d’opera per adeguarsi alle sopraggiunte condizioni congiunturali. Fiumani inizia in medias res con un riferimento delicato a quell’occasione mancata. Nella trama, un giornalista del Centro Italia viene inviato dal suo direttore a coprire Gorizia capitale europea della Cultura 2025. Ma per un errore si ritrova invece a Fiume. Non si capisce a che punto si sia verificato un simile errore di comunicazione in redazione: forse il cronista ha capito Fiume intesa come città, al posto di fiume Isonzo. Fatto sta che ormai si trova nel Quarnero. Già che c’è, si mette a cercare informazioni sulla cultura del posto, sperando di trovare una capitale europea della cultura, nel tentativo di salvare faccia e posto di lavoro. Viene così indirizzato dai passanti al campus universitario di Tersatto, dove finisce per entrare nell’aula del professor Vanni D’Alessio, che nella vita reale è specializzato in storia dell’Europa centrale e in particolare delle città plurali e dal passato conteso: non solo Fiume (Rijeka), Trieste (Trst) o Spalato (Split) ma anche le odierne Cieszyn in Polonia (Teschen in tedesco), Leopoli in Ucraina (Ľviv; in polacco Lwów) e Bratislava in Slovacchia (Pressburg in tedesco e Pozsony in ungherese). Il professor Vanni D’Alessio porta sul palcoscenico se stesso che tiene una lezione di storia, in compagnia degli attori fiumani che impersonano i suoi studenti e al contempo i personaggi della storia della letteratura che sono passati per Fiume. C’è appunto anche il polacco Filip Jegliński, che a sua volta nella vita reale studia a Fiume. Grazie all’interazione tra professore, studenti e personaggi storici redivivi, sul palco si susseguono letture di documenti, lettere, memorie, citazioni da libri. L’intero spettacolo si svolge in italiano e in dialetto fiumano, molto simile al triestino, ma per le letture viene operata una scelta interessante: si alternano testi in italiano e in croato con la proiezione di traduzioni scritte simultanee. Un aspetto riuscitissimo è che il tutto non risulta pesante né accademico, grazie agli interventi degli attori-studenti, che non solo partecipano alla lezione ma la disturbano pure, con battute e scenette comiche, proprio come farebbero dei ragazzi in una vera aula. In più di un momento il pubblico si è lasciato andare a risate fragorose e sincere. Al contempo è stato restituito un messaggio profondamente “nostro”, senza mettere etichette preconfezionate su quel “nostro”, ma aprendo al contrario un discorso sull’identità fiumana, che inevitabilmente risuona anche all’interno di un orecchio triestino, goriziano o bisiaco. Che cos’è la fiumanità, si chiede il professor Vanni D’Alessio, sul palco così come nei suoi libri. La tesi da lui proposta è che non ci sia una identità fiumana italiana che prevalga su quella rijeckana croata, né viceversa, poiché dal suo punto di vista in entrambi i casi viene prima il senso di appartenenza alla città: per non parlare delle radici pure ungheresi, tedesche, slave non croate, ebree, greche e di tutte le altre identità transitate per un porto asburgico. Tale concezione ricorda per alcuni versi la descrizioni dell’istrianità pre-novecentesca effettuate dal grande scrittore Carlo Sgorlon nel suo romanzo La Foiba grande. Ma in Fiumani le tragedie del Novecento non vanno pressoché in scena. Il focus è sul senso dell’identità cittadina popolare che ha saputo trascendere le tragedie.

[l.g.]




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